mercoledì 28 aprile 2010


Rubando il titolo al primo film di Silvio Soldini, “Un’anima divisa in due”, Arcana finalmente pubblica (l’edizione originale, “Divided soul” è del 1985) la biografia di Marvin Gaye scritta da David Ritz, giornalista e suo confidente dal 1979 al 1983, quando dissapori per questioni di meriti e di soldi misero fine all’amicizia (nel 1987 Ritz ha vinto la causa per essere accreditato come co-autore di “Sexual healing”). Il libro ripercorre tutta la vita e la carriera di uno dei più grandi artisti del ‘900, una storia segnata dal drammatico rapporto con il padre (che lo ucciderà il primo aprile 1984; il giorno dopo avrebbe compiuto 45 anni) e da una serie infinita di successi. Il libro è costruito su una serie di interviste a personaggi famosi e sconosciuti. Come Maxine Powell, colei che Diana Ross nel 1977 da un palco di Broadway presentò come “la donna che mi ha insegnato tutto quello che so”; era una sorta di direttrice della scuola di perfezionamento della Motown oltre che la tour manager delle Supremes. Amaramente ricorda: ”Facevo loro da accompagnatrice, lustrando e lucidando le scarpe, rammentando addirittura i vestiti. In cambio di tutto ciò, mi restano anni di ricordi e nient’altro”. Basterebbe questo a sfatare il mito della Motown come la compagnia irreprensibile di cui parlava allora il “New York Times magazine” in un articolo intitolato “Il grande cuore pulsante e felice di Detroit”. In realtà Berry Gordy, fondatore della Tamla (nonché cognato di Gaye) era una sorta di padre-padrone che aveva pochi riguardi per i suoi artisti e per i suoi collaboratori e approfittò del momento storico favorevole ai diritti civili ignorandone (anche musicalmente) l’evoluzione, almeno fino ai tardi Sessanta (non stupisce la sua freddezza di fronte al progetto che sarebbe diventato “What’s Going On”, uno dei dischi fondamentali della storia del rock, un concept album sul Vietnam, le tensioni razziali e le prime istanze ecologiste). E il tipico sound dell’etichetta? Costruito ad hoc per le radio a transistor e le autoradio che all’epoca stavano invadendo il mercato. Ma perché stupirsi se uno dei primi successi della Motown nel 1959 cantato da Barrett Strong (e scritto da Gordy) si intitolava “Money (That's What I Want)”. Più chiaro di così! (E buon Primo Maggio a tutti).

martedì 20 aprile 2010

Anni di piombo


Benedetta Tobagi ha tre anni quando suo padre Walter, giornalista del Corriere della Sera, viene assassinato il 28 maggio 1980 da una sedicente Brigata XXVIII marzo, un gruppuscolo che con questa azione vuole ‘accreditarsi’ presso le più ‘importanti’ Brigate Rosse. Non lo ha praticamente conosciuto, se non attraverso i ricordi di chi lo ha incontrato – amici, colleghi, politici – i suoi scritti, i diari, gli atti processuali; una dolorosa ricerca diventata un libro – “Come ti batte forte il mio cuore. Storia di mio padre” edito da Einaudi – bello e necessario, se si vuole capire qualcosa dell’Italia di ieri e anche di oggi (come quando si ricordano gli anni dell’occupazione del Corriere da parte della P2 con l’untuosa intervista di Maurizio Costanzo – ovviamente tesserato della loggia – al venerabile Licio Gelli). Pagine che rievocano un’Italia che appare lontana, grigia come i documentari dell’epoca e di quel piombo che segnò gli anni ’70, un periodo (iniziato alla fine dei ’60 e scivolato oltre gli ’80), di cui si fatica a immaginare una colonna sonora. Eppure furono anni che traboccavano musica: il progressive (P.F.M, Banco, Orme…), i cantautori (Guccini, Bennato, De Gregori…), il jazz-rock (Area, Perigeo…), la riscoperta della musica popolare (il Nuovo Canzoniere Italiano, la Nuova Compagnia di Canto Popolare, il Canzoniere del Lazio…), il free - jazz italiano; anni in cui nacquero le prime radio libere, ricchi di festival e di riviste (Gong, Muzak, Re Nudo, Pop records…) sulle cui pagine si dibatteva il ruolo, la funzione, gli imperativi della musica del tempo. Ma ripensando, ricordando o scoprendo quegli anni italiani, sembra di sentire solo l’assordante fragore del silenzio. Nessuna canzone o nessun genere musicale sembra in grado di riportarci indietro a quel momento storico, come, tanto per intenderci, riesce a fare il rock’n’roll con l’America degli anni ’50 o il punk con l’Inghilterra pre-Tatcher. Che poi anche per questa prima parte del terzo millennio, si fatichi a trovare una ‘musica’, bè, questo è tutto un altro discorso.

lunedì 12 aprile 2010

Musica maestro



Il liceo musicale e coreutico, qualunque cosa voglia dire, introdotto dal regolamento Gelmini, ha fatto il pieno d’iscritti. Un vero e proprio boom ("Boum", avrebbe cantato Charles Trenet): nelle trenta sezioni previste in tutta Italia, il numero delle domande ha raggiunto il doppio dei posti disponibili, tanto da richiedere a fine maggio una prova selettiva che promuoverà soltanto chi dimostrerà di avere basi di cultura musicale ("Chiedi chi erano i Beatles"?). Nella stessa settimana Red Canzian (il bassista dei Pooh) ha lanciato la Fondazione Q: "Non è un talent show. Niente tv. Noi faremo gli album.
L'unica caratteristica per superare la selezione è l'eccellenza. Il talento vero. Quello non si insegna". Il programma, di basso profilo, ribadito nella home page del sito, è quello di trovare i nuovi Beatles; non si capisce se per partecipare si debba pagare oppure no; ma queste son bazzeccole, quisquilie, pinzellacchere, avrebbe detto Totò (che in un “Totò all’inferno”, il contrabbasso lo faceva letteralmente esplodere alla fine di un concerto in una cave esistenzialista). Di sicuro si paga al Centro Europeo di Toscolano, la scuola fondata da Mogol nel 1992 per formare interpreti, autori, compositori, arrangiatori tecnici del suono, “la prima che coinvolge l’interezza della persona: mente, anima e corpo”. (Ma mi faccia il piacere!). Per gli altri restano i desueti Conservatori e ovviamente “X factor” e “Amici”, sui quali Red ha parole durissime, inevitabilmente condivisibili: “Lì usano la musica per fare tv, lanciano artisti che per essere scelti devono avere caratteristiche adatte a passare attraverso il piccolo schermo. E se oggi arrivasse Dalla non lo prenderebbero mai. Come non passerebbe le selezioni neanche De Gregori". Vero, ma per Dalla non sarebbe stata una grande perdita e comunque ai ragazzi dei talent-show (e di quelli che si iscriveranno al liceo?) di essere musicisti non frega niente: a loro interessa diventare famosi. Chissà, forse hanno nelle orecchie quella vecchia sigla di Canzonissima ’70: “Ma che musica, che musica, che musica maestro. Hai trovato la via giusta per la celebrità!

lunedì 5 aprile 2010


Il nuovo cd di Franco Zaio (bizzarro “ircocervo”, animale mitologico, metà musicista, metà libraio), è totalmente autoprodotto e autodistribuito sul suo blog; sono cover di storici brani dei Clash per voce e chitarra: più che un disco vero e proprio, come il precedente “Last blues”, dedicato alle poesie di Pavese, “Know your Clash” è un documento, una traccia sonora di vita, resa possibile (o più facile) dall’era digitale in cui annaspiamo. Ma così come oggi non siamo in grado di riascoltare i rulli di cartone sui quali Scott Joplin incise i primi assoli di pianoforte, tra non molto non saremo nemmeno capaci di riprodurre il 45 giri che Elvis Presley fece a sue spese a Memphis, in tempi più recenti. Per le bobine sulle quali registravamo la voce della nonna, per riascoltarla tra lo stupore generale, è già troppo tardi; e anche per le musicassette siamo ormai agli sgoccioli. Tutto questo è accaduto nello spazio di un solo secolo; cosa accadrà fra trenta o quarant’anni? Quanto di quello che stiamo ansiosamente accumulando in ’tera-disk’, sarà riascoltabile dalle prossime generazioni? (Per approfondimenti vedi il bel libro di Maurizio Ferraris, “Documentalità”). Dopo aver passato la vita a iper-documentare le nostre passioni musicali, vere o presunte, ai nostri figli o nipoti (ammesso che siano minimamente interessati) forse non rimarrà niente, nemmeno una nota. È pur vero che in questo momento l’industria discografica si mantiene in vita proprio grazie alle ristampe (Hendrix dev’essere arrivato alla trentacinquesima rimasterizzazione!); ma chi decide cosa ripubblicare/salvare nei nuovi formati e perché? Due sono i soggetti deputati a scegliere: il mercato, nefasto o forse solo concreto e le Fondazioni, istituzioni che tramandano l’eredità di un’artista, anche a costo di travisarla e mummificarla. In Italia le più attive sono quella dedicata a Giorgio Gaber e a Fabrizio De Andrè: due artisti decisamente fuori dal coro, spesso costretti a rientrarvi proprio in occasione delle loro celebrazioni. Ma se la prima sembra impegnata a mantenere in vita lo spirito dell’artista milanese (e del suo alter-ego, ancora vivente, Sandro Luporini), la seconda (sia detto con il massimo rispetto) indugia in una rievocazione al limite dell’imbalsamazione. La mostra a lui dedicata (passata per Genova e Nuoro, attualmente all’Ara Pacis di Roma) era al limite; il libro pubblicato da Chiarelettere “Tourbook” il limite sembra decisamente oltrepassarlo (come sicuramente fa il racconto a fumetti di Berardi e Càlzia “Uomofaber”, al Museo Luzzati di Genova fino al 18 aprile). Ma forse siamo noi, che alla commemorazione preferiamo il soffio vitale della condivisione. Proprio come Franco Zaio.

lunedì 29 marzo 2010

Wish you were here


Walter arrivava puntuale ogni sabato mattina, appena dopo le nove. Vestito con un lungo impermeabile blu, da cui spuntavano due scarpe nere, spesse e gommose, la sua faccia da Stan Laurel triste e solitario, entrava nel negozietto di dischi usati dove lavoravo e si dirigeva senza indugi verso la casella dei Pink Floyd; dopo aver scartabellato qualche minuto, ne estraeva "A sacerful of secret". Oppure "The piper at the gates of dawn". In mancanza si accontentava di "A nice pair", il doppio album che li racchiudeva entrambi, se pur con una copertina diversa. Invariabilmente, metodicamente, settimana dopo settimana, Walter acquistava sempre gli stessi due ellepi. Un sabato, dopo che per qualche tempo nessuno dei due titoli fu disponibile, si presentò con un sacchetto, da cui li estrasse goffamente, inserendoli in mezzo agli altri; dopo aver girellato cinque minuti, li riprese per portarli alla cassa con aria trionfante. Pagò e uscì visibilmente soddisfatto. Ho sempre pensato che fosse pazzo, ma negli ultimi tempi ho dovuto rivedere il giudizio, quando ho capito che in fondo tutti noi appassionati di musica (categoria prevalentemente maschile, di ardua definizione, ma certamente in via d'estinzione), non facciamo altro che ricomprare sempre lo stesso disco. Forse non è uno, forse sono dieci, ma il concetto non cambia. È solo con quel/quei titolo/i che la magia si ripete, restituendo l'emozione del primo ascolto, riportandoci alla cameretta con lo Stereorama 2000 comprato per corrispondenza da Selezione del Reader's digest o nel salotto del compagno di classe il cui papà, beato lui, aveva il Thorens con testina Shure e il preamplificatore e il finale Quad. Walter lo aveva capito, da subito; e grazie a questa intuizione non si era fatto distrarre inseguendo migliaia di gruppi e di artisti, in vinile, in cd, in mp3, conservando nostalgicamente le prime musicassette, addirittura gli stereo 8 di papà; no, lui si era semplicemente, ma efficacemente, concentrato su quei due dischi, tralasciando tutto il resto. Ho incontrato Walter da poco: stava comprando i primi quattro dei Black Sabbath. Nessuno è perfetto.

lunedì 22 marzo 2010


Ieri pomeriggio, mentre uscivo da un negozio sotto casa, mi avvicina un ragazzo, età indefinita, trenta, quarant'anni, vestito in maniera sciatta, capelli lunghi e sporchi. Da bravo progressista che non lascia inascoltate le richieste del prossimo, tolgo le cuffiette (stavo ascoltando "Self titled" degli XX), pensando a quale bizzarra motivazione avrebbe preceduto la consueta richiesta di qualche euro: un panino, il biglietto del treno per tornare a casa, la benzina per la macchina, un regalo alla vecchia mamma in fin di vita. Invece, arriva una domanda: "Ascolti musica?". Sì, ovviamente. "Rock o jazz?". Entrambi. A questo punto estrae dalla tasca un cd in una busta di plastica, con una copertina in bianco e nero, fotocopiata. "Ecco, questo l'ho inciso io, da solo. È un genere un po' di confine, ma credo che potrebbe interessarti". Odio i generi al confine. Leggo le scarne note di copertina: Roberto Ferri (nome di fantasia, ma solo perché quello vero non me lo ricordo) suona il basso come primo strumento, poi percussioni e chitarra. un indirizzo di My Space. Istintivamente penso a Marcus Miller. "Come saprai, è molto difficile riuscire a far ascoltare la propria musica. Così ho deciso di provare a proporla personalmente. Sono certo che ti piacerebbe, sono bravo sai, e costa solo cinque euro". Il mio cervello lavora vorticosamente: lo prendo e se poi non mi piace? Con tutti i dischi che stanno aspettando di essere ascoltati per la prima volta. Per non parlar di tutti quelli che vorrei riascoltare... E se dentro non c'è registrato niente? Cinque euro? Ma se non pago Brad Mehldau o David Byrne perché dovrei dare dei soldi a uno sconosciuto? Gli dico no, grazie. Mi allontano, inseguito dalle sue parole - "Peccato, hai perso un'ottima occasione. Ciao, stai bene" – vergognandomi un po'. Appena arrivo a casa sono definitivamente pentito. Avrebbe potuto essere una bellissima scoperta o nel peggiore dei casi un disco come mille altri che ho sentito e ho dimenticato dopo due minuti. E soprattutto avrei potuto conoscere una persona: non serve anche a quello la musica?

lunedì 15 marzo 2010

Re-play


Un articolo apparso sul Domenicale del Sole 24 ore del 28 febbraio a firma Stefano Salis, segnala il caso di Helena Hegemann, una diciassettenne scrittrice tedesca che ha ammesso, dopo esser stata scoperta, di aver scopiazzato allegramente intere pagine da un altro libro. Ciò nonostante, "Axolotl Roadkill" – storie di droga e sesso a Berlino, lo pubblicherà Einaudi – ha continuato a vendere ed è anche arrivato in finale al premio letterario della Fiera di Lipsia. L'autore parla esplicitamente di plagio, ma poi concede che "la campionatura è, in effetti, una delle cifre della contemporaneità", in particolar modo con riferimento alla musica. Vero, ma fin dalle origini la 'campionatura' è stata un modo per trasmettere la musica, almeno fino a quando non ne è stata codificata la scrittura, così come la copiatura, il suo equivalente letterario, ha reso possibile tramandare i capolavori del passato; ma senza per questo che nessuno confondesse il monaco cistercense chino sugli incunaboli con Aristotele. Tra autore e lettore non vi è nessun intermediario (al limite un traduttore); mentre l'esecutore è un medium necessario all'ascolto (e se volessimo esagerare potremmo considerare anche i media nel conto: una radiolina, un impianto hi-fi e un iPod rappresentano tre ascolti differenti), tanto che tutta la tradizione occidentale si basa proprio sul concetto di esecuzione e di interpretazione. Con l'innovazione tecnologica, con la contemporaneità, si sono aggiunti la campionatura e il remix: con il primo s'intende la porzione di un brano dichiaratamente inserita all'interno di un altro (dal basso di "Good times" in "Rapper's delight" a "Mamma voglio anch'io la fidanzata" degli Articolo 31); con il secondo la rilettura (o riscrittura?) di una canzone, da parte di un dj o di un altro musicista (ad esempio "Artificial Horizon", imminente raccolta di remix degli U2). Ma anche in musica e nell'era digitale dell'incerto diritto d'autore, il plagio resta plagio. (Questo articolo è stato rimediato leggiucchiando svariate fonti: sono a disposizione degli autori e degli eventuali eredi per l'assolvimento degli obblighi di legge).

lunedì 8 marzo 2010

Riceviamo e volentieri pubblichiamo


Gentilissimo, vorrei affidare a te queste parole, prima del mio suicidio digitale, affinché il mio cattivo esempio possa servire alle nuove generazioni per non commettere gli stessi errori. Sono le 4 e 30 di una lunga e livida notte di marzo: ho appena finito di scaricare "Il tesoro della Sierra Madre" di John Huston e cosi anche il mio hard-disk esterno da un Terabyte dedicato ai film è completamente pieno. Sono più di 1400 titoli. Ad oggi ne ho visti sette. Intanto, grazie ai miei abbonamenti Rapidshare, Megaupload e Hotfile, sto contemporaneamente facendo il download della discografia completa di Anthony Braxton in formato mp3, di un vecchio disco della Rah band di cui non ricordo niente se non la copertina, di quattro o cinque gruppi della scena neo-folk tra cui Peasant, The Bear That Wasn't e First Aid Kit. Finiranno prima sul desktop del mio computer, dove già stazionano il nuovo Jay Farrar, l'ultimo dei Turin Brakes e una compilation di musica sudafricana, Soweto Township, Sounds from the Golden Age of Mbaqangwa. In seguito transiteranno da iTunes per finire nel mio iPod da 160 gigabyte insieme ad altri 2000 dischi, più o meno. Qui sono messo meglio: ne ho già sentiti almeno un centinaio. Poi ci sono i podcast quotidiani di 610, Caterpillar e della trasmissione settimanale di Rogie, The Vinyl sunday, novanta minuti di musica black, in tutte le sue accezioni. Siamo alla quinta puntata; ascoltata mezza. Questa sterminata massa binaria m'impedisce l'ascolto dei dischi che amo (e che oramai sono diventati solo un piacevole e sbiadito ricordo), impegnato come sono a decomprimere, aggiungere le copertine, classificare e infine dimenticare in un angolo recondito dell'inconsistenza digitale in cui oramai abito. Non ho tempo. E di conseguenza non ho nemmeno denaro. Così ho finalmente maturato il proposito di cancellare tutto, annientare ogni singolo bit della mia inutile e inutilizzata raccolta; con una semplice pressione di un tasto, da stanotte sarò di nuovo un uomo libero. Guardo per l'ultima volta il computer: il nuovo Moby, live da Montreal? Clic.

lunedì 1 marzo 2010

Un festival per la musica

Ci sono festival e rassegne per ogni argomento (e per alcuni, anche più di uno): letteratura, scienza, filosofia, storia, filosofia della storia, storia della filosofia. E poi la mente, il mare e qualunque altro pretesto possa servire a convincere uno sponsor pubblico o privato. Un solo tema è pervicacemente sfuggito fino ad oggi: la musica. Certo, direte voi, la musica si ascolta e le occasioni, anche molto interessanti, ci sono. Vero; ma, lapalissianamente, parlare di musica non equivale ad ascoltarla. Qualcosa ogni tanto accade: a Genova, Giovanna Zucconi per i Lunedì FEG al Modena, ha intervistato diversi personaggi sulle canzoni della loro vita; e all'interno di "Fare gli italiani", il prossimo 29 marzo al Teatro della Corte, Ernesto Franco
animerà una serata dal titolo "Sport e musica leggera" (speriamo non limitandosi ai terrificanti inni delle squadre o a De Gregori e alla sua sfiancata leva calcistica del '63). Ma sono casi sporadici, che non hanno nulla a che vedere con manifestazioni come il festival di Mantova per la letteratura, Modena per la filosofia o Genova per la scienza: insomma, siamo certi che un'iniziativa di questo tipo – tre giorni in un'amena località in compagnia di musicisti, autori, compositori, operatori, critici – potrebbe essere un'occasione per allargare il sempre più asfittico mercato discografico, oltre che un interessante momento di dialettico confronto fra chi la musica la fa e chi l'ascolta (o la subisce). Altrimenti tocca rassegnarsi e attendere che qualche artista di buon cuore passi da Fazio per presentare il suo nuovo cd o che Morgan dichiari di essere il figlio illegittimo di Fanfani, con conseguente speciale ad Anno zero; e sbarrare gli occhi di fronte alla puntata di domenica 28 febbraio dell'Arena condotta da Massimo Giletti, in cui Marino Bartoletti e Cristiano Malgioglio discettavano su Sanremo e sul televoto truccato, con Klaus Davi, Maria Teresa Maglie e Katia Ricciarelli a dargli manforte. Roba da rimpiangere il silenzio (magari nella versione di John Cage).

lunedì 22 febbraio 2010

Masters of war


È uscito negli Stati Uniti, ma chissà se sarà mai tradotto in Italia, "Sound Targets: American Soldiers and Music in the Iraq War", uno studio di Jonathan Pieslak sulla musica che ascoltano i soldati americani durante le operazioni di guerra. I risultati non sono sconvolgenti e tutto sommato prevedibili. Secondo l'autore (qui riprendiamo l'articolo di Katia Riccardi su Repubblica) "in Iraq o in Afghanistan le playlist sono dominate da Slayer, Metallica e Eminem". Infatti l'heavy metal, tra chitarre e batteria, è una buona base per prepararsi a una missione perché, scrive Pieslak, "ha un suono simile a una scarica di proiettili sparati da un'arma automatica". Chissà perché, lo sospettavamo. Non ce li vedevamo proprio i nostri eroi, torturare qualche disgraziato a Guantanamo ascoltando "My funny Valentine" cantata da Chet Baker o darci sotto con i bombardamenti notturni sulle popolazioni civili sulle note di "Pink moon" di Nick Drake. Sarebbe interessante scoprire cosa accade quando i soldati tornano dal fronte: continuano ad ascoltare trash-metal e gangsta-rap oppure si riconvertono a Beyoncé e Garth Brooks, nella speranza di un matrimonio felice con barbecue il sabato pomeriggio con gli amici (tutti reduci)? Ma per noi, sarebbe ancor più fondamentale scoprire che cosa ascoltano i protagonisti delle nostre 'missioni di pace' all'estero: probabilmente Toto Cutugno e il suo "Italiano" e, solo per i carabinieri nei secoli fedeli, il trio Pupo, Emanuele Filiberto e il tenorino, così da esser pronti a un eventuale ritorno dei Savoia (a guerra finita ovviamente) o all'ancor più temibile vittoria dell'UDC. Infine, per gli amanti della sociologia ad alto rischio, ci sarebbe anche da promuovere uno studio sul contenuto dell'iPod del tredicenne sicario della camorra o del killer della 'ndrangheta in trasferta a Duisburg. Noi, per iniziare, possiamo solo dire ciò che non contiene: né "Masters of war" di Dylan e nemmeno "War" di Edwin Starr, anche nella versione del Boss. Alle quali vi rimandiamo per una pacifica settimana musicale post-Sanremo.

lunedì 15 febbraio 2010

BerSanremo



Fino a qualche giorno fa digitando le parole “Bersani” e “Sanremo” in un qualunque motore di ricerca Internet, sarebbe saltata fuori la notizia della partecipazione del cantautore romagnolo Bersani Samuele all’edizione del festival di Sanremo del 2000 (la canzone "Replay", si classificò al 5° posto, ottenendo il premio della critica). Da oggi, grazie al nuovo corso del PD, la pagina di Google si è arricchita di nuovi e irresistibili contenuti: infatti apprendiamo da un’intervista al settimanale "A", diretto dall’ineffabile Maria Latella, che il segretario del primo partito dell’opposizione sarà all'Ariston di Sanremo, insieme a una delle sue figlie, per seguire la finalissima del 20 febbraio. Come se non bastasse la tv democratica “Youdem”, per la prima volta farà un suo dopo-festival. D’altronde, dice il Bersani Pierluigi, “il Pd è un partito popolare, senza snobismi, che va dove c'è la gente. Dove la gente ha dei problemi e soffre. Ma anche dove si diverte”. Ecco, se il Pierluigi si fosse fermato in tempo, avremmo potuto condividere la sua affermazione; impossibile negare in questo caso, che il PD vada dove la gente soffre (altrettanto impossibile negare che spesso è proprio lo stesso partito a mettere in moto i meccanismi della sofferenza). Ma via, credere che la gente a Sanremo si diverta e soprattutto credere che, in questo sciagurato 2010, qualcuno voglia o possa acquistare i biglietti per tutte e 5 le serate (sì, non si può comprare la singola data, se non fuori dall’Ariston in caso di invenduti, ovviamente la sera stessa) al modesto prezzo di 1200 euro per la platea e 590 euro per la Galleria, è veramente un’idea bislacca. O forse l’idea bislacca è quella di credere che la sinistra dovrebbe distinguersi dalla destra, senza inseguirla sullo stesso terreno; e ad esempio presentarsi al Premio Tenco e senza nemmeno annunciarsi. Per dirla con il Bersani Samuele (uno che il Tenco l’ha vinto sempre nel 2000 per l’album "L'Oroscopo Speciale"): Chiedimi Se Sono Felice!

domenica 7 febbraio 2010

Trolls, Mogan & Faber


"Se la leggenda diventa realtà, stampa la leggenda". Vero, ma anche Dutton Peabody, il direttore del giornale che pronuncia la frase nel film di John Ford “L’uomo che uccise Liberty Valance”, sarebbe stato in difficoltà di fronte alla strombazzata reunion dei New Trolls con Vittorio De Scalzi, Nico Di Palo, Gianni Belleno e Giorgio D’Adamo. Infatti come comportarsi con Ricky Belloni (componente storico della formazione e autore di brani come “Quella carezza della sera”) che si affretta a precisare che “i New Trolls non esistono più, ci sono due realtà che portano in giro la storia del gruppo che sono composte da ex componenti dello stesso, una è la mia che si chiama Il Mito New Trolls e poi ce n'è un'altra che invece gira col nome La Leggenda New Trolls la quale, mistificando la realtà, ha rivendicato una presunta reunion del gruppo”. Sono gli assilli della comunicazione contemporanea, che quotidianamente si ripropongono: come nel caso Morgan ad esempio, dove ministri, nani e ballerine (in Italia sono un’unica categoria) si sono affrettati ad alimentare un insulso bla bla bla, che di buono ha fornito solo l’articolo di Francesco Merlo su Repubblica del 4 febbraio (Morgan, il falso maledetto). È pur vero che nella musica, nel rock in particolare, realtà e leggenda vanno spesso a braccetto, anche perché non c’è niente come un’autentica leggenda (quasi un ossimoro) in grado di alimentare guadagni più o meno giustificati. Ne sa qualcosa Fabrizio De André, di cui in questi giorni si parla nuovamente perché il Comune di Genova ha messo a punto il bando di gara per l’aggiudicazione dell’ex negozio di Gianni Tassio, acquistato due anni fa per l’iperbolica cifra di 385.539 euro. Ovviamente uno dei requisiti è che la “destinazione dovrà tenere comunque conto del valore storico del negozio e mantenere quindi le caratteristiche di punto di interesse culturale”. Peccato che in quei locali De André non ci fosse mai entrato, visto che l’originale Gianni Tassio si trovava due-trecento metri più avanti! Ma di fronte alla leggenda, che importanza può avere la realtà?

domenica 24 gennaio 2010

Back to the future


“Rip, mix, burn. Dopotutto è la tua musica”. É uno slogan pubblicitario di Apple che in Italia non abbiamo mai visto per l’impossibilità di tradurlo, mantenendone inalterata l’efficacia. Significa, pressappoco: scarica un brano da Internet (rip), mettilo insieme a quello che ti pare (mix) e poi masterizzalo (burn). Ovviamente con queste parole la casa di Cupertino si guardava bene dall’incitare al download libero; nonostante un’immagine abilmente costruita, Apple è una delle aziende meno disposte alla condivisione. Dall’iPhone (che, infatti, non si apre nemmeno per cambiare la batteria) ad iTunes, nel mondo della mela tutto si paga profumatamente: è il prezzo per essere up-to-date. Ma il passato bussa alla porta: come Muddw Waters aveva preso a Son House che aveva preso a Robert Johnson, come gli Zeppelin avevano preso a Muddy Waters, oggi chiunque può prendere un brano, mixarlo con altri dieci, farlo diventare una cosa diversa e poi condividerlo in rete. Il miraggio libertario e anarchico del punk (chiunque può suonare), profondamente ingenuo (tranne che per Malcolm McLaren), si è infine realizzato; o almeno ci prova, perché come racconta Brett Gaylor nel documentario, in stile Michael Moore, “Rip! A remix manifesto”, la reazione delle majors non si è fatta attendere. Il film alterna la storia di Girl talk, ingegnere di giorno e musicista-dj di notte specializzato nel mashup e nel digital sampling (cioè nello smontare e rimontare pezzettini di canzoni, anche una singola battuta, per giungere a un nuovo brano completamente distinto dall’originale) confermando l’assunto che la cultura è sempre costruita sul passato; e che da sempre il passato cerca di controllare il futuro (leggi gli autori dei brani originali non sono per niente contenti che Girl talk o chiunque altro prenda un pezzo della loro opera per utilizzarlo a proprio piacimento). Quanto poi, in epoca di globalizzazione totale (e quindi anche di pensiero), la situazione musicale sia paradigmatica di quella politica o sociale, lascio a voi la riflessione. p.s. il dvd è pubblicato da Feltrinelli a 14,90 euro, ma se scrivete vi invio il link per scaricarlo o, se abitate vicino, ve lo porto anche di persona.

giovedì 21 gennaio 2010

La musica che gira intorno parte 3 (fine)


Scrive Gino Castaldo nel suo libro edito da Einaudi, "Il buio, il fuoco, il desiderio": "in realtà ancora non esiste la musica di oggi". Vero. Down Beat, la bibbia americana del jazz che non esita a recensire anche il rock, nel suo ultimo numero ha riassunto i dischi che negli anni '00 hanno meritato le fatidiche cinque stelle: su 112 titoli, la metà sono ristampe. Così infuriano i dibattiti su cosa si debba fare oggi con la musica di ‘vecchi’ come Dylan e Morrissey e di ‘nuovi’ come Them Crooked Vultures, un riuscito incrocio tra Led Zeppelin e Nirvana. A rovesciare il problema forse si trova la soluzione: ma l'oggi vuole una sua musica? Evidentemente no, bastano gli infiniti relitti del passato, che continueranno a galleggiare nell’incommensurabile spazio offerto dalla Rete per i secoli dei secoli, a disposizione di qualcuno che si decida a scaricarli (per riporli in un hard disc gigantesco; ad ascoltarli c’è sempre tempo). É anche la definitiva dimostrazione che la musica ha completamente perso la sua funzione sociale; o per dirla nuovamente con le parole di Castaldo “ha smesso di essere quella che è stata per un periodo enormemente lungo”. Ma sarebbe ingeneroso o presuntuoso immaginare la musica come un valore assoluto, impassibile e impermeabile a quello che gli accade intorno: in realtà, per la gioia di Jacques de Chabannes de Lapalisse, è la società ad essere cambiata e la musica non ha fatto che adeguarsi (nel peggiore dei modi); così non resta che rassegnarsi a cercare nei meandri più reconditi e inaspettati la musica dell’oggi. Consapevoli che sicuramente “The revolution will not be televised” (come cantava Gil Scott-Heron, uno di cui parleremo presto, perché dopo anni di silenzio sta per uscire il suo nuovo inaspettato album, “I’m new here”); ma che molto probabilmente non sarà nemmeno la musica a occuparsi di annunciare la prossima rivoluzione. Ammesso che via sia qualcuno interessato a farla.

domenica 10 gennaio 2010

La musica che gira intorno parte 2

Da quando la Sony lanciò il suo primo Walkman a cassette (era il 1979), la funzione sociale della musica ha iniziato a mutare trasformandosi sempre più un fatto privato; lentamente e, forse, involontariamente la tecnologia ha aiutato questa devoluzione. Parallelamente alla progressiva smaterializzazione della musica (l’ellepi diventato cd e infine mp3), sono scomparsi gli ascolti collettivi davanti al nuovo ‘stereo’ in cui ognuno portava il disco faticosamente acquistato con i risparmi della settimana o del mese; e l’avvento dell’iPod (2001) ha sancito definitivamente la singolarizzazione, a volte anche un po’ autistica, della fruizione. Nonostante l’oggetto musicale costi sempre meno (checché superficialmente se ne dica, negli anni ’70 per un disco ci volevano 4.500 lire, circa 64 volte un biglietto dell’autobus o un quotidiano che ne costavano 70; oggi, a voler rimanere nella legalità, con 20 euro si compra qualunque cosa, solo 18 volte il prezzo di un giornale), le vendite sono irreversibilmente crollate: 785 milioni i cd venduti nel 2000, 362 nel 2008, 14% in meno le previsioni per quest’anno. Chiunque può ‘possedere’ tutta la musica che vuole nei suoi 160 gb (ma ne bastano anche 2), mentre ai più è sufficiente la suoneria del telefono per soddisfare l’intero fabbisogno musicale di un anno. E l’unico momento in cui si assiste ad un utilizzo sociale della musica, non è certo lo show da stadio in cui è un megaschermo a permettere la (condi)visione dell’evento, ma i due ragazzini sull’autobus che dimezzano le cuffiette per l’ascolto della loro hit preferita. Inevitabile quindi, per tornare alla classifica dalla quale siamo partiti, che a trionfare siano i grandi vecchi del rock: sono loro a raccogliere i consensi degli appassionati che hanno iniziato a comprare negli anni ’70 e ancora perseverano. Gli altri, i più giovani o i meno anziani, sembrano alla ricerca dei dieci titoli sconosciuti da portare sull’isola deserta, dove, in beata solitudine, per parafrasare l’esse est percipi di Berkeley, nessuno si accorgerebbe che stanno suonando.

La musica che gira intorno parte 1

Sfido qualunque appassionato di musica a negare di aver compilato, una volta nella vita, una classifica, una lista, un elenco dei suoi dischi preferiti, dell’anno, di tutti i tempi, dei gruppi con due chitarristi, una batteria e un liuto. E questo, molti anni prima che Nick Hornby regalasse al fenomeno un fascino letterario, sdoganandolo di fronte agli occhi dei normali (d’altra parte non sarà un caso se la rivista Billboard già nel 1894 si occupava dei maggiori successi del burlesque, del vaudeville e dei minstrel shows). A cosa servono? Quelle di vendita a decidere quali dischi ascolteremo alla radio (e con il perverso sistema del “music control”, un marchingegno che registra attraverso un sistema di ‘impronte’ digitali le canzoni trasmesse, a trasformare l’etere radiofonico in un’ininterrotta hit parade che alimenta se stessa). Le altre, come quella che trovate sul nostro sito con i dischi che ci e vi sono piaciuti di più nel 2009, a niente, come tutte le cose davvero interessanti. Ma visto che c’è - pur nella sua provvisorietà poiché i voti stanno ancora arrivando – si può provare ad analizzarla per fare un po’ di sociologia spicciola (ne esiste un’altra?). Scorrendo i titoli non si può far a meno di notare che le preferenze si concentrano su grandi vecchi come Dylan, anziani che invecchiano bene, come Morrissey, Madness e Pearl Jam, naviganti di lungo corso come Antony e Wilco. E le nuove leve? Sparpagliate su innumerevoli titoli (già 250 i dischi votati!), forse il riflesso di un ascolto sempre più parcellizzato: come dire che una volta chi sentiva musica comprava generi diversi, mentre negli ultimi quindici anni ognuno ha il suo angolo di cielo dal quale difficilmente si scosta. O ad essere più brutali: si ascolta solo quello che si conosce e gli altri si arrangino pure. Certo non siamo che un campione ristretto e per niente omogeneo, una vera e propria minoranza insomma; ma resta la sensazione che la funzione sociale della musica sia definitivamente mutata (to be continued)…

Top ten Disco club 2009


1 BOB DYLAN – Together Through Life
2 ANTONY & THE JOHNSON - The Crying Light
MORRISSEY -Years of refusal
4 MADNESS – The Liberty Of Norton Folgate
5 WILCO - The album
6 ARCTIC MONKEYS Humbug
7 ANIMAL COLLECTIVE - Merriweather Post Pavilion
8 PEARL JAM Backspacer
9 MUMFORD & SONS - Sigh No More
10 TOM WAITS - Glitter and Doom

sabato 9 gennaio 2010

Top ten 2009


1. Orchestre nationale du jazz - Around Robert Wyatt

2. Kronos Quartet – Floodplain

3. Allen Toussaint - The Bright Mississippi

4. Bob Dylan - Together through life

5. Mulatu Astake - Inspiration Information

6. Ralph Towner e Paolo Fresu - Chiaroscuro

7. Stefano Bollani - Stone In The Water

8. David Sylvian - Manafon

9. Lee Fields & The Expressions - My World

10. Vic Chesnutt – At the cut

domenica 27 dicembre 2009

Diz 'n' Bird


A pagina 318 della monumentale autobiografia di Dizzy GiIlespie – “To be or not to bop” – appena ripubblicata da minimum fax, uno dei più grandi trombettisti della storia del jazz ricorda che alla fine del 1945 si esibiva al Billy’s Berg a Los Angeles con un quintetto formato da Ray Brown, Al Haig, Stan Lewey e Charlie Parker. Poiché il proprietario gli faceva spesso notare l’assenza del sassofonista, Dizzy aggiunse Milt Jackson per presentarsi, come da contratto, sempre con cinque musicisti: ”Era il mio gruppo, il Dizzy Gillespie quintet, e Charlie Parker non era che un esponente di spicco”. Senza voler nulla togliere ad un genio un po’ troppo dimenticato (due dischi per rimediare: “Shaw ‘nuff”, registrazioni 1945-1946 ristampate da Musicraft e “Max + Dizzy In Paris 1989”, dove Max sta per Roach), molti, in quel dicembre californiano, accorrevano proprio per ascoltare Bird, colui che stava rivoluzionando il mondo del jazz. Tra i presenti, forse il più assiduo, era un musicista, figlio di un emigrante di Torre del Lago, Dino Alipio “Dean” Benedetti, arrivato in California con i “Barons of Rhythm”, il suo gruppo nel quale spiccava il trombonista Jimmy Knepper. Dean, una vaga rassomiglianza con Clark Gable, aveva scoperto Parker su un 78 giri, “Blue ‘n’ boogie” inciso il 28 febbraio 1945; da quel giorno iniziò un’ossessione che lo portò a seguirne i concerti, incidendo solamente gli assoli per risparmiare spazio, con un registratore portatile su vinile. 
Sono una vera e propria summa dell’arte parkeriana (spesso però al limite dell’udibilità) e, come avverte il sito della Mosaic che ne annuncia nuovamente la dal 2010, “this collection is not for dilettantes”. Per iniziare meglio “The Complete Dial Sessions”; e per la commovente storia di Dean Benedetti, morto a Torre del Lago il 20 giugno del 1957, al termine di una serie di fallimenti, minato dalla miastenia gravis, una terribile malattia che distrugge irreparabilmente i tessuti muscolari, leggete il commovente romanzo di Vittorio Giacopini “Il ladro di suoni” edito da Fandango. Un ottimo modo per iniziare il 2010.

Un Amore Supremo

In occasione dell'uscita in edicola di A Love Supreme, primo titolo della collezione I Capolavori del Jazz in Vinile, sono andato a ria...