lunedì 25 ottobre 2010

Music book


Se fate parte di quella porzione ristretta della popolazione italiana alla quale piace leggere e se vi piace farlo ascoltando musica, già saprete che ci sono libri che vi permettono di scegliere da soli, sbizzarrendovi in abbinamenti a volte arditi, ma funzionali (che so, Italo Calvino e la serie “ambient” di Brian Eno, Georges Simenon e Nick Drake); altri invece, portano con sé, quasi ineluttabilmente, il genere o addirittura i titoli da suonare durante la lettura (per Jean Claude Izzo come fare a meno di “Sketches of Spain” di Miles Davis, per Jonathan Coe un qualunque live dei Clash, per Nick Hornby non è il caso nemmeno di parlarne). Altri ancora, richiedono invece il silenzio e se proprio volete far girare qualcosa sul vostro lettore cd, potete sempre ricorrere ad un loop dei 4 minuti e trentatrè di “Silence” di John Cage, magari insieme ai diciotto secondi di “18 Sekúndur Fyrir Solaruppras” dei Sigur Ros, altrettanto silenti. Proprio partendo da quest’ultimo brano, al quale ruba il titolo, si snoda “Diciotto secondi all’alba” di Giorgio Scianna (Einaudi), la storia di un giovane avvocato, Edoardo Gregotti, con un avvenire segnato, ma apparentemente invidiabile: lo studio associato di papà, una bella fidanzata, amici che tutti vorrebbero avere. Con questo libro ci troviamo a metà strada: in parte la playlist è segnata dalle preferenze del protagonista, Sigur Ros ovviamente e Coldplay; poi dopo l’incontro con una violoncellista russa che vive a Milano e si guadagna da vivere suonando qualunque cosa, per Edoardo non resterà che riempirsi la vita con la colonna sonora del suo iPod - “quattro, cinque ore al giorno, sempre la sera, dalla cena a quando spegnevo la luce” - di cui proviamo a immaginare i titoli: forse gli Who di “Who’s next”, forse i Black Mountain dei primi due album o gli XX. Ma scorrendo le pagine di un romanzo che sceglie di raccontare, magistralmente, la nostra incapacità di vivere, è il silenzio a prendere il sopravvento. Almeno fino ai titoli di coda, quando si chiude il libro e se ne ripercorrono le vicende, immaginando cosa avremmo fatto o detto noi in quella situazione: in questo caso ci sentiamo di consigliare il piano solo di “Metarphosis one” di Philiph Glass. Buona lettura e buon ascolto.

lunedì 11 ottobre 2010

Un buon ufficio stampa


“Niente sarà più come prima”.
Certo, in questa settimana sono stati assegnati un paio di premi Nobel, Silvio Berlusconi è andato a pesca con Vladimir Putin, la nazionale italiana di calcio ha pareggiato 0 a 0 con l’Irlanda del nord. Ma la frase non si riferisce a nessuno di questi avvenimenti, bensì a una delle confessioni più sconvolgenti degli ultimi anni per l’intero paese: “Il 20 novembre 1995 ho iniziato a scrivere un diario. Ho deciso che lo pubblicherò il 20 ottobre 2010." Con una sobria intervista a “Repubblica” e un servizio di copertina a “Vanity fair”, Tiziano Ferro ha finalmente ammesso, non sappiamo se anche a stesso, di essere omosessuale. Mara Maionchi, prima scopritrice del talento di Ferro, ha dichiarato di non essere stata al corrente dei gusti sessuali del suo protegé, ma soprattutto di essere certa che il gesto aiuterà tanti ragazzi. Dello stesso parere Paolo Patanè, presidente nazionale di Arcigay, che ha commentato il coming out come “una ventata di novità nell'ipocrisia che porta moltissimi omosessuali a nascondersi e a praticare la doppia vita”. Addirittura, anche Cesare Prandelli nella conferenza stampa alla vigilia del match di cui sopra, ad una domanda sul’argomento ha risposto: “aspettiamo un po', ci saranno delle notizie... qualche calciatore farà outing". Davvero niente sarà più come prima e non possiamo che rendere onore al cantante di Latina: certo, ci sarebbe piaciuto che il palesamento non fosse proprio concomitante alla pubblicazione del libro autobiografico dall’appassionante titolo “Trent’anni e una chiacchierata con papà”; e che dire dell’imminente uscita in edicola di una raccolta dei 4 cd in studio del cantante realizzati tra il 2001 e il 2008, con l'aggiunta del DVD “Alla mia età - Live in Rome”, corredati da un volume e da un cofanetto? Niente sarà più come prima ma in fondo, in fondo, sembra essere sempre la solita storia.

domenica 3 ottobre 2010

Rapper's delight


Il nuovo disco di Fabri Fibra, “Controcultura” è al quinto posto degli album più scaricati da iTunes, giusto una posizione dietro l’ennesima raccolta rimasterizzata di vecchie canzoni di Guccini. Un bizzarro passaggio di consegne tra il repertorio impegnato dei ‘cantautori’ - così si identificava negli anni ’70 la musica di De André, Dalla, Venditti (anche lui, che ci crediate o no) e De Gregori - e la musica ‘ribelle’ di oggi. Nel momento in cui la canzone italiana ha deciso di limitarsi a parlare di amore (materno, paterno, filiale, etero ed omo), abdicando ad una parte di realtà sempre più complessa e sfuggente, la protesta in musica è diventata appannaggio del rap e dal reggae. Ci ha scritto un bell’articolo Carlo Moretti su “Repubblica” la settimana scorsa, citando, oltre a Fabrizio Tarducci da Senigallia, anche i nomi di Skardy, già voce dei Pitura Freska, degli ‘anziani’ Sud Sound System, di Mama Marjas. Certo è che la musica non ha più - almeno in questo momento storico - la forza dirompente che ebbe negli anni ’60, quando Crosby, Stills, Nash & Young cantavano “We can change the world”; e nemmeno è più possibile credere alla “musica ribelle che ti vibra nelle ossa, che ti entra nella pelle”. Però fa bene Fabri Fibra a provarci, anche rinnegando i padri ("Io coi vostri testi ortodossi, mi ci pulisco il culo come Bossi, ma quale cantautore? Vaffanculo al rallentatore"), anche se forse prendersi un po’ meno sul serio (“io col Rap faccio il Popper”; immagino Karl, che nel caso si sta rivoltando nella tomba) gli farebbe certamente bene. Di sicuro, nella prossima tournée, non correrà il rischio che nel 1977 spinse De Gregori a ritirarsi dalle scene per un lungo periodo, dopo essere stato duramente contestato al Palalido di Milano da un gruppo extraparlamentare della sinistra, con l’accusa di di servirsi delle sue canzoni di temi politici per arricchirsi. Altri tempi. Oggi il rap lo usa addirittura Famiglia Cristiana che, per lanciare l'edizione tascabile del Libro dei Libri al prezzo di 7,90, euro, propone nelle radio e via internet “Paroladidio”, un rap composto ed eseguito da anonimi professionisti in ossequio agli altrettanto anonimi autori delle Sacre Scritture. L’incipit è dal Libro dell'Esodo "Io sono colui che sono, questo è il mio nome per sempre, e questo è il mio ricordo". Anche qui ci si prende molto sul serio, ma meglio non rimproverarglielo…

lunedì 27 settembre 2010

Autunno caldo e non solo per i lavoratori del Carlo Felice di Genova, che entro il 27settembre dovranno far pervenire una risposta formale in merito alla proposta di cassa integrazione, l'unica alternativa al fallimento. Dopo aver deciso (?) del loro futuro, la sera stessa potranno consolarsi con un evento degno, il recupero della data precedentemente annullata di "Attenti a Quei 2", impedibile esibizione di Luca Barbarossa e Neri Marcorè. Dal giorno dopo, formalmente liberi di scorazzare per l'Italia e di impiegare il loro tempo libero in un proficuo periodo di aggiornamento, potranno scegliere tra un bel carnet di proposte: lascerei perdere De Andrè, anche nella rilettura di Danilo Rea ("A Tribute to", martedì 28 all'Auditorium Parco della Musica di Roma), così come "Sei Zero", il progetto live in cui Renato Fiacchini ripercorre la carriera artistica del suo alter Zero (a Roma dal 29 settembre al 9 ottobre). In particolare mi sento di sconsigliare la prima data, alla quale, pare, dovrebbe partecipare Loredana Bertè, che in occasione del suo recente compleanno, ha dichiarato avere sempre le più belle gambe della musica (non sappiamo se italiana o internazionale). Meglio orientarsi semmai verso l'arpa di Joanna Newsom, fresca di un triplo album, "Have One On Me", di cui si è ampiamente discusso su questo sito (lunedì 27 al Teatro Dal Verme di Milano, martedì 28 all'Auditorium Parco della Musica di Roma). Per i nostalgici rockettari anni '70 abbiamo solo i canadesi Black Mountain (29 settembre alla Salumeria della Musica di Milano) con il loro nuovo disco "Wilderness Heart". Per questa settimana poc'altro. Meglio guardare avanti e appuntarsi la data del 21 ottobre, sempre a Milano al teatro Dal Verme, Steve Wynn con il nuovo album in uscita (insieme a lui il violinista degli Afterhours, Rodrigo D'Erasmo); e ancora più in là, cancellare ogni impegno per lunedì 8 novembre alle ore 21 al teatro Manzoni di Milano, per la "Masada Marathon - The Book Of Angels" con John Zorn e una pletora di ospiti (da Medeski, Martin & Wood a Marc Ribot, Jamie Saft, Dave Douglas, Erik Friedlander ...). Consigliatissimo anche ai vertici del Carlo Felice, tanto per farsi un'idea della musica che gira intorno...

lunedì 20 settembre 2010

Fattore sconosciuto


È ricominciata la grande musica in tv, che per nostra mamma RAI significa principalmente “X factor”. No, non vogliamo parlare di Elio, né scoprire perché sia finito al fianco di Anna Tatangelo, Enrico Ruggeri e Mara Maionchi. Problemi (e soldi) suoi. Sembra molto più interessante provare a capire perché il clamore mediatico che accompagna la trasmissione di punta di Rai 2 sia inversamente proporzionale agli ascolti. Dopo una prima puntata in cui si era trovato contro niente meno che la partita tra l’Italia e le Far Oer e una replica del Festival del circo di Montecarlo, solo per rimanere alle due consorelle di viale Mazzini, raggiungendo 3.284.000 spettatori con un rispettabile share del 17,02%, già dalla seconda, il programma è tornato agli asfittici ascolti della precedente edizione. Per intenderci mercoledì scorso Facchinetti & c. hanno totalizzato 2.479.000 astanti con l’11,09% di share: per intenderci meglio, “Un posto al sole”, la soap delle 20.30 in onda alle 20.30 su Rai 3, al suo quindicesimo anno di vita, ha totalizzato 2.385.000 (8,90%); e Ballarò, in onda in contemporanea, arriva a 3.474.000 contatti con il 13,72%. Eppure sui giornali la polemica sull’eliminazione di Sofia Buconi regna sovrana e non passa giorno che qualche pretestuosa diatriba cerchi di rinvigorire gli scarni esiti d’ascolto. Se esistesse poi una speciale classifica che dividesse il numero degli spettatori per il costo della trasmissione, non esistiamo a credere che l’esito per X Factor sarebbe catastrofico. Probabilmente ogni puntata dispone di un budget con il quale si potrebbe provare a proporre un concerto (di medio livello, tipo Eels o Antony tanto per fare due nomi) in prima serata. Ma così i soldi del servizio pubblico non finirebbero nelle tasche dei soliti noti. E poi vuoi mettere il brivido del televoto truccato…

lunedì 6 settembre 2010

Le notti bianche


La programmazione culturale e in particolar modo musicale del Comune di Genova sfiora addirittura il ridicolo. Come ogni anno, anche nel 2010 Palazzo Tursi ha ridotto i contributi a festival e associazioni che da decenni provano a fare qualcosa di sensato sul territorio. Con i soldi risparmiati, oltre a pagare laute e inspiegabili consulenze, anche per quest’anno ha organizzato una prestigiosa edizione della Notte Bianca confermandosi, insieme a Castel del Piano, l’unica città dell’Europa occidentale ad aver mantenuto in vita una simile manifestazione. Per la gioia dei commercianti, che per una notte potranno vendere fiumi di birra al di fuori della normale regolamentazione, i cittadini potranno assistere al Porto Antico, in occasione del 40° Anniversario della Comunità San Benedetto, ad una serata a dir poco variegata, condotta da Vladimir Luxuria, cui parteciperanno Roy Paci e Aretuska, Nicolò Fabi, Tonino Carotone, Teresa De Sio. Per chi soffre di nostalgia in Piazza De Ferrari si torna agli anni ’60, non quelli della protesta in piazza al governo Tambroni, ma nientemeno che al Beat del Piper e di Bandiera Gialla, con una serata introdotta 
dal simpatico Mario Luzzatto Fegiz
 con un concerto dello scongelato Gianni Pettenati, seguito da Patty Pravo
 e da Shel Shapiro. Infine, ciliegina finale, in piazza della Vittoria l’evento clou, il concerto di Lucio Dalla e Francesco De Gregori (che, sia detto per inciso e senza entrare nel merito artistico, sono alla centesima data di questo tour per nostalgici: solo in questo mese a Udine, Brescia, Bologna, Milano, Rieti e Padova). Con un simile programma (manca solo il tiro alla fune; ma non si è trovato proprio niente di meglio: che so, un gruppo rock degli ultimi vent’anni?) il successo non potrà che essere assicurato. A cose fatte si snoccioleranno le solite cifre esorbitanti, limitandosi al dato delle presenze (ovviamente presunte), sorvolando sull’ipotetica gratuità degli eventi (il pagamento per la comunità è solo differito) e sui cachet (appena un manager sente nominare la Notte tende a sfregarsi le mani ripetutamente). Ma a chi giova infine, questo obsoleto sistema di concepire l’intervento pubblico, con la musica degradata a una rafferma brioche da dare al popolo in risposta alla sua richiesta di semplice pane?

lunedì 30 agosto 2010

Un'estate fa


L’estate volge al termine, le località di villeggiatura sono percorse dagli ultimi vacanzieri, zombie che si aggirano, la testa già al lavoro, tra le bancarelle (con gli hippy che vendono collanine che dialogano con l’indiano e i suoi gioielli: “la crisi si sente, non si è venduto niente quest’anno”), mentre le città si ripopolano inesorabilmente. I tour estivi si trascinano stancamente in attesa della rentrée, tutti si preparano ad un autunno forse più caldo dell’estate. L’agosto musicale 2010 ha esploso i suoi ultimi botti con Antonello Venditti che ha finalmente ammesso in un’intervista al Corriere della Sera del 19 agosto di aver visto, all’età di cinque o sei anni, un disco volante: “Un disco grande, avrà avuto un diametro di dieci metri. Nella parte inferiore c'erano tre appendici a forma di ventosa, mentre in alto, dove era visibile una cupoletta che assomigliava a un grande bitorzolo, si notava un oblò...”. Qualche giorno dopo gli ha risposto da par suo Gianna Nannini, annunciando a 54 anni (o 56 dicono i bene informati) di aspettare un figlio (se c’è una relazione tra i due avvenimenti trovatela voi). Per riprendersi non resta che un tuffo nel passato ricordando estati ben più propizie di questa: il 23 agosto 1994 usciva “Grace”, l’unico album di Jeff Buckley (e l’ep precedente, il “Live at Sin-è”, era stato registrato nell’agosto ’93), probabilmente il più importante disco dell’ultimo decennio del secolo scorso. Diciannove anni prima e due giorni dopo, il 25 agosto 1975, sempre la Columbia pubblicava il terzo ellepi di Bruce Springsteen, “Born to run”, trentanove minuti e ventidue secondi che avrebbero consegnato il nostro alla Storia. Per superare la depressione del temporale estivo che sigillerà definitivamente la stagione, vi consigliamo le inevitabili de-luxe edition di entrambi i titoli. Per Buckley una versione estesa del disco originale con l'aggiunta di un cd (che comprende tra l’altro "Forget Her", originariamente esclusa da Buckley per motivi sconosciuti) e un dvd; per il Boss il video di un concerto all’Hammersmith Odeon e un documentario - "Wings For Wheels: The Making of Born to Run" con interviste e materiale d’archivio. Aspettando il 16 novembre per “The Promise: The Darkness on the Edge of Town Story Unveiled” , due cd con 21 canzoni inedite dalle sessioni del secondo disco, uscito l’11 settembre 1973. Ma quella è un’altra data…

lunedì 23 agosto 2010


"Dio è morto. E anch'io non mi sento tanto bene". Sembrava solo una straordinaria battuta di Woody Allen e invece da venerdì 20 agosto, almeno per l'Italia, quella frase è diventata una lungimirante profezia. Da quel giorno, infatti, con il Corriere della Sera o Sorrisi e Canzoni Tv è possibile acquistare con il solito sovrapprezzo "Tutti Nomadi": si tratta di 8 raccolte inedite in cd, 2 dvd live, il tutto corredato da10 esclusivi booklet firmati da Beppe Carletti e Mario Luzzatto Fegiz. Ignoriamo se le raccolte siano inedite solo nella forma - in pratica nella compilazione - o anche nel contenuto: il lancio pubblicitario in proposito è ovviamente ambiguo; ma tant'è, la cosa che più colpisce, è che lo storico quotidiano della borghesia italiana e la rivista ammiraglia della potenza editoriale Mondadori (di cui forse non è superfluo ricordare la clamorosa legge 'ad aziendam' di cui si parla in questi giorni), non siano minimamente turbati dalla convivenza, seppur in allegato, con una da delle icone più classiche della sinistra. A qualcuno il discorso sarà già venuto a noia: ancora con queste divisioni ("che cos'è la destra, che cos'è la sinistra" cantava uno che avendo sposato Ombretta Colli di contraddizioni se ne intendeva), in un'epoca di globalizzazione, di post-tutto, ancora un discorso così 'retro', legato a schemi ormai vetusti e inservibili? Avrete notato che non siamo stupiti dal fatto che i Nomadi abbiano deciso di proporre stancamente il loro repertorio beat-gucciniano in salsa centro sociale con due testate così distanti dal loro vissuto e dal loro raccontato: da qualche anno, dopo la scomparsa della sinistra o dopo l'era Veltroni (che ci sia un legame?), le icone tutte, si sono limitate a tirare a campare, cercando di mettere insieme, ove possibile, il pranzo con la cena. Quello che colpisce ancora una volta è il pragmatismo del capitale (c minuscola please) che non si perita di guadagnare stampando "Auschwitz" e "Dio è morto" con tanto di commento dell'unico membro originario rimasto e del critico italiano dell'establishment. Va tutto bene, per carità, ma almeno "Noi non ci saremo".

lunedì 16 agosto 2010

Racconto di Ferragosto.

Interno giorno. Piove. Il salotto di una casa in una località di mare. La televisione è accesa, a volume basso, su un canale che trasmette video musicali a rotazione. Sul divano un uomo di circa sessant’anni con un ragazzino di circa dodici. In mano ha un vecchio ellepi di Simon & Garfunkel, “Sounds Of Silence”.
(Uomo) - C’era un tempo in cui la musica si ascoltava con questi grandi dischi neri, vedi? Erano incisi su due lati e ogni facciata durava pià o meno àààventi minuti. Il nonno ne aveva tanti, una libreria piena e di ogni genere. Rock, jazz, anche musica classica. Poi quando è morta la nonna e abbiamo venduto la casa, li ho regalati tutti a un amico. Al tuo papà la musica non è mai interessata più di tanto e mi ha detto che in casa non aveva posto e non aveva nemmeno più il giradischi.
(Bambino) - Che cos’è un giradischi?
(U) - Era l’apparecchio con il quale si ascoltavano i dischi.
(R) - Aveva le playlist?
(U) - No, ogni volta che mettevi un disco lo sentivi per intero. Oppure sentivi una canzone, poi lo mettevi a posto e ne prendevi un altro
(R) - Così ci mettevi un sacco di tempo però.
(U) - No, una canzone durava esattamente quanto adesso. O forse noi avevamo più tempo, non so.
(R) - Ma come facevi ad ascoltarli nell’iPod o nel telefonino?
(U) - L’iPod non c’era e nemmeno i telefonini; e se avessi detto a qualcuno di ascoltare la musica per telefono ti avrebbe preso per pazzo. La musica si ascoltava a casa, con l’impianto hi-fi, magari insieme agli amici.
(R) - E come facevi a prestare la musica ai tuoi amici? Quel robo lì non ci sta mica in una chiavetta usb. E nemmeno puoi spedirlo col bluetooth.
(U) - Si prestava il disco; a dire il vero io non li prestavo per paura che non me li restituissero o me li rovinassero.
(R) - Rovinassero?
(U) - Sì, il disco era piuttosto delicato e se si graffiava poi si incantava o saltava addirittura. Però potevi registrarglielo su una cassetta?
(R) - Una cassetta?
(U) - Già, non hai visto mai nemmeno una cassetta vero? Era una piccola scatola di plastica, con del nastro magnetico…
(R) - Scusa, nonno, mi passi il telecomando?
Scende dal divano e alza il volume della tv. Scorre il video di “Alejandro” di Lady Gaga.

lunedì 9 agosto 2010


Dopo che Rosanna Fratello ha finalmente ammesso “Sì, andai a cena con Aldo Moro, amava la musica, apprezzava le mie canzoni e se mi manifestò la sua ammirazione lo fece con la massima discrezione”, possiamo tornare alle comuni occupazioni proprie di noi comuni mortali. Ad agosto si sa, il mondo della musica tira il fiato, almeno dal punto di vista discografico; impazzano i concerti e nelle varie analisi non si capisce se quest’anno siano andati peggio o meglio (“colpa dei Mondiali” dice uno, “c’è la crisi” risponde l’altro). “Repubblica” ha dato ampio spazio all’argomento sfruttando l’occasione della data torinese degli U2, coperta in maniera sospetta (c’erano ancora biglietti …) con tre articoli in successione e addirittura triplo paginone a firma di Roberto Saviano. D’altra parte l’incontro tra chi sta tentando di aumentare la percentuale dei fondi erogati per gli aiuti umanitari al Terzo Mondo e la “Voce che si oppone al Potere” (cito Dal Lago, ma consiglio vivamente di leggerlo: “Eroi di carta” pubblicato da “il Manifesto”) non poteva meritare di meno. La conversazione sfiora vette altissime: "Ho proprio la sensazione che l'Italia sia come un luogo sacro, adoro i particolari italiani: la famiglia, l'aroma del caffé, il collo di una donna, ad esempio” dice il Bardo di Dublino. “Cerco di spiegare perché tutto è così ideologico, perché in Italia spesso sembra esserci una battaglia tra contrade, dove bisogna pensarla in serie, e quasi mai c'è un confronto sui fatti. La cappa delle ideologie anestetizza ogni dialogo come se compromettesse il futuro” risponde la nostra icona. Poi passa Edge che lo ringrazia per essere venuto e la conversazione volge al termine. I due si abbracciano e Saviano torna in auto dove la scorta canticchia "One", la sua preferita. Tutto molto commovente. Noi ci limitiamo a segnalare l’altra data italiana del 360° tour, l’8 ottobre prossimo a Roma: i prezzi sono gli stessi di Torino (“Gli U2 hanno un piccolo problema. Devono dimostrare ogni volta di essere quello che la storia rock degli ultimi decenni gli ha assegnato come ruolo, ovvero la più grande rock band del mondo” scrive Castaldo) e cioè dai 34,50 euro del Secondo Settore Distinti Sud Ovest Numerato ai 287,50 del Prato Red Zone. Avete letto bene: anche lui in fondo, è un uomo e non un santo. “With or without youuuuuuu”….

lunedì 2 agosto 2010

Per non dimenticare



Lunedì 2 agosto 2010; Radio 24 invia un giornalista alla stazione di Bologna per domandare ai giovani di passaggio che cosa sia accaduto in quello stesso giorno, in quello stesso luogo, esattamente trent’anni fa; le risposte sono le più disparate. Una colpisce in particolare: “esce il primo album dei Saxon”. Non so se il ragazzo stia facendo lo spiritoso, ma la sua frase è davvero inquietante. Certo, lui magari all’epoca non era ancora nato e quindi non è solamente un problema di mancanza di memoria storica delle nuove generazioni. A scuola non gliel’hanno insegnato (anche ai nostri tempi si arrivava a stento alla prima guerra mondiale d’altra parte e non credo che le varie riforme succedutesi abbiano migliorato la situazione; peraltro la materia non è mai stata nel programma di studio). Non sorprende tanto l’ignoranza, quanto la mancanza di curiosità, se non proprio il completo disinteresse verso la conoscenza del passato, condiviso o meno. Eppure gli strumenti ci sono e sono tutti a portata di mano: anche se la consultazione di ponderosi e polverosi tomi è stata ormai abbandonata, una qualunque ricerca su Google risolverebbe in pochi minuti ogni tipo di lacuna. Certo, poi va tutto verificato perché il web non è la Bibbia, però insomma, un minimo d’iniziativa sarebbe già un segnale e invece niente: “il 2 agosto 1980 esce il primo album dei Saxon”! Allora riproviamo a mettere ordine: il primo e omonimo album dei Saxon esce il 21 maggio 1979; il 5 maggio 1980 esce il secondo “Wheels of Steel”; quanto al due agosto 1980 se nessuno dei 22 ministri, 9 sottosegretari di Stato alla Presidenza del Consiglio, 4 vice ministri, 25 sottosegretari, riesce ad essere presente alla commemorazione di un strage fascista e di stato come quella della stazione di Bologna, ma perché un ragazzo di vent’anni che ascolta obsoleto heavy metal dovrebbe sapere che cos’è accaduto?

domenica 18 luglio 2010

Scusate il ritardo


Sono poche le cose che ci mettono di fronte a tutti o quasi gli errori commessi nel corso della nostra esistenza: una di queste è il trasloco. Poiché qui si parla principalmente di musica, limiteremo a questo campo la nostra analisi. Mentre si cominciano a sigillare i primi cartoni di lp e cd, si prendono in mano, con estrema delicatezza, i dischi che hanno segnato la nostra giovinezza: che so, “A love supreme” di John Coltrane, “Déjà vu” di Crosby, Stills, Nash & Young, “Venus and Mars” degli Wings. Proprio guardando la copertina di quest’ultimo - una palla da biliardo gialla e una rossa - ci si comincia a porre delle domande: in quale modo questo disco ha segnato la nostra giovinezza e come mai si trova ancora qui? Ma non c’è tempo di rispondere, bisogna continuare a inscatolare. Allora si passa velocemente ai dischi inutili (impossibile fare una lista), ai dischi ancora sigillati (c’è l’ultimo Micah P. Hinson, ma anche “The end” di Nico), a quelli ascoltati una volta e mai più (Attila Zoller per esempio, un chitarrista ungherese scomparso nel 1998 e da allora ovviamente rivalutato; mi annoto mentalmente di risentirlo). La prima riflessione è che se avessimo comprato metà dei titoli che infestano il nostro nuovo appartamento e se di questi ne avessimo ascoltato attentamente almeno la metà, saremmo sicuramente uomini migliori. A corollario di questa profonda speculazione sorge spontanea una domanda: perché? (Gli americani avrebbero scritto Why? e fa tutto un altro effetto.) Al momento di impacchettare con il bollicinato l’adorato preamplificatore a valvole, qualche risposta uno prova anche a darsela: amore per la musica, ansia di possesso, volontà di potenza (nel più puro prospettivismo nietzscheano). Ma nessuna sembra cogliere in pieno il viluppo di sentimenti e pulsioni che spingono all’incontrollabile desiderio di acquistare il ‘nuovo’ live di Otis Redding per il gusto di avere i tre set completi di quel concerto al Whisky A Go-Go del 1967. Non resta che arrivare nella casa nuova, rimontare in fretta l’impianto, scartocciare tutto e mettere sul giradischi l’infinito “The freewheelin’ Bob Dylan”: “The answer my friend, is blowin in the wind”.

lunedì 21 giugno 2010

Musica in una notte d'estate


Nei buchi del palinsesto estivo (tra un Francia-Messico che fa il 35% di share e "Un Posto al sole" che resiste con il suo dignitoso 8%), ecco riapparire la musica: non illudetevi, non si parla di rock o jazz, banditi da tempo dai canali generalisti, bensì della lirica spiegata al popolo (su Rai 1 in prima serata con l'imbarazzante "Tosca" di Lucio Dalla e giorni dopo con l'Antonellona Clerici in prima serata che sdottora su "Madama Butterfly", "Il trovatore", "Turandot" e "Aida", tutta roba da far chiedere a Verdi e Puccini la cittadinanza tedesca) o con i tre appuntamenti dei favolosi Wind Music Awards condotti da Paola Perego. Confessiamo di aver perso i primi due capitoli della saga; il terzo lo abbiamo scoperto per caso, al termine di Uruguay – Sudafrica (32,40%) quando, durante un round del secondo sport nazionale maschile, lo scanalamento selvaggio, siamo rimasti abbacinati dall'immagine di un simil-Michael Jackson (che ricordava invero un triste Pulcinella, in cerca di qualche spicciolo) sbalzato nel bel mezzo dell'Arena di Verona. Non ci eravamo ancora ripresi dallo choc ed ecco apparire una coppia che danza, senza alcun tentativo di apparire in sintonia con la musica, con passi che vanno dal tango al rock 'n' roll. Sullo sfondo, all'improvviso, si erge lui, il BerryUait de noartri (ma lui si sente più vicino ad Isaac Hayes), Mario Biondi, uno che ha fatto da corista per gente come Fred Bongusto, Peppino Di Capri, Califano, Fiorello. Aguzziamo le orecchie per cercar di capire cosa stia biascicando con la sua voce che tanto piace alla gente che piace. Ci viene in aiuto un sottotitolo che conferma il sospetto: si tratta di "Rock with you", un singolo di Jackson (ecco spiegata la controfigura) tratto da "Off the wall". Il divino trascina la sua voce stancamente, ma con aria ispirata e distaccata. Con uno sforzo sovraumano riusciamo a schiacciare il telecomando. Post scriptum: questo articolo è stato scritto prima che andasse in onda "Una voce per Padre Pio", domenica 20 giugno su Rai 1, trasmissione presentata da Massimo Giletti e Alessandra Barzaghi con la partecipazione straordinaria di Emanuele Filiberto. Tra i cantanti partecipanti Valerio Scanu, Marco Carta, Albano, Ivana Spagna e Michael Sembello (quello di "Maniac", dal film "Flashdance"), che dopo una visita a San Giovanni Rotondo ha scritto per Padre Pio l'inedita "Solitary Man" e per la prima volta la eseguirà in tv. Nemmeno un miracolo salverà la musica in TV.

lunedì 14 giugno 2010


Sono iniziati i Mondiali, inutile cercare di ignorarlo: ogni quattro anni arrivano su maxi-schermi all’aperto (‘lights’ in Duomo a Milano su indicazione del sindaco Moratti, cioè a volume basso e senza esultare troppo; no comment) e su maxi-schermi ormai anche nel salotto di casa; come non bastasse, nella speranza di cavare qualche soldo ulteriore, si portano appresso una canzone, pomposamente definito inno, buono da cantare per un mese o per un’estate. Indimenticabili i precedenti: per Argentina ’78 si era scomodato Ennio Morricone, un pool di esperti aveva partorito il titolo, “El mundial”: nessun ricordo tra i viventi. Per Spagna ’82, dopo un convegno indetto ad hoc, ancora “El mundial”, questa volta interpretata da Placido Domingo, doppiata in lingua italiana dal reuccio Claudio Villa. Anche qui nessuna reminiscenza palpabile. Per Messico ’86, ormai sfiniti dalla lingua spagnola, si passa all’inglese di Stephanie Lawrence con “A Special kind of hero”: inutile dilungarsi in commenti. A Italia ’90 il bizzarro trio Moroder - Bennato - Nannini ci consegna la spossante “Un’estate italiana”; anche qui english version, “To be number one”, cantata nientemeno che dai Giorgio Moroder Project. Due arrangiamenti anche per ‘Gloryland’, l’inno ufficiale di USA ‘94: una strumentale eseguita dalla project-band Glory, l’altra da Daryl Hall. Per Francia ’98 si ricorre a Jean-Michel Jarre e Tetsuya Komuro con la vocalist Olivia; ma ‘Together now’ nell’immaginario collettivo è surclassata dal tormentone anglo-latino di Ricky Martin, “The cup of life”/“La copa de la vida”. Ancora per pochi intimi “Anthem”, l’inno ufficiale dei mondiali in Corea del Sud e Giappone del 2002, nonostante la firma di Vangelis. Doppio titolo per Germania 2006: “The Time of Our Lives” cantato da Toni Braxton e dal quartetto vocale Il Divo, gruppo che porta nel nome il germe della sua dissoluzione; e “Celebrate the Day” del celeberrimo musicista tedesco Herbert Grönemeyer, con il contributo vocale di Amadou e Mariam. Anche qui brani non pervenuti. Ed eccoci al Sudafrica con Shakira e “Waka Waka” (tanto per evocare “Pata Pata”); su quest’ultima si è preventivamente pronunciato Antonello Venditti che sul magazine del “Corriere della Sera” del 10 giugno, chiamato in causa per la sua esperienza sul campo (subito rinnegata nel corso dell‘articolo: “io di inni non ne ho mai scritti con intenzione”, né “Roma Roma”, né “Grazie Roma”) segnala il suo disagio di fronte alla scelta di una cantante colombiana. Lui avrebbe usato la voce di Miriam Makeba (da morta), magari chiedendo a Jonny Clag (sic) di comporre un brano. Immaginiamo parlasse di Johnny Clegg, ma non si può pretendere tanto da uno che guarderà i mondiali nel giardinetto della sua casa a Trastevere, come fa di consueto “dagli anni di piombo, quando il calcio era la droga del popolo” e che canterà “Fratelli d’Italia non con la voce, ma dentro il cuore, perché è così che si cantano gli inni”. Concetti profondi, che non ci stupiremmo di trovare nel prossimo successo dell’Antonello nostro. Da cantare dentro il cuore, ovviamente.

mercoledì 9 giugno 2010


“Il destino prenderà la forma di una lettera con l’intestazione del Curtis institute, arrivata nella casella postale dei Waymon un mattino del 1950 (…) Non c’era bisogno di chiedere cosa contenesse. Lo capirono quando Eunice cercò i loro sguardi, alzando gli occhi dal pezzo di carta e riportò le braccia lungo i fianchi. Gli occhi persi, mormorò che era impossibile, poi lentamente, porgendo il pezzo di carta a chi la voleva, disse «Mi hanno scartata»”. Eunice ha 17 anni, su di lei erano riposte le speranze della sua famiglia, della comunità di colore del paese dove viveva, della maestra di pianoforte e della donna - bianca - che aveva creato un fondo economico di sostegno per la realizzazione di un sogno: trasformare una ragazzina timida e introversa, ma straordinariamente dotata per la musica, nella prima concertista classica americana di colore. Il fallimento ha un sapore amaro, tanto più quando le aspettative non riguardano solo la tua persona, ma addirittura un popolo e soprattutto se sei così giovane e indifesa. “Lei non conosce la sua bellezza, pensa che la sua pelle scura, non sia degna di gloria. Se avesse potuto danzare nuda, sotto una palma e vedere una sua immagine, riflessa nel fiume, saprebbe che non è così. Ma non ci sono palme per strada, e l’acqua sporca dei piatti da lavare, non riflette immagini”. A volte però i miracoli avvengono: dove finisce la vicenda di Eunice Waymon, inizia la storia di Nina Simone (pseudonimo scelto in onore di Simone Signoret), superbamente raccontata da David Brun-Lambert in un libro - Nina Simone. Una vita - pubblicato nel 2008 da Kowalski e ora riedito da Feltrinelli. Da leggere tutto d’un fiato, con l’inestimabile colonna sonora dei suoi dischi: noi vi consigliamo “Nina Simone and piano”, inciso a New York tra il settembre e l’ottobre 1968, quello per il quale, come dichiarò in un’intervista del 1999, avrebbe voluto essere ricordata.

lunedì 24 maggio 2010

Una chitarra cento illusioni


Nel gennaio scorso le Poste britanniche hanno deciso di ricordare alcuni dischi tra i più popolari degli ultimi 40 anni. La scelta, che ha privilegiato l'aspetto grafico e le copertine (almeno crediamo, visti i titoli) è caduta su "The Division Bell" (Pink Floyd), "Parklife" (Blur), "London Calling" (The Clash), "Led Zeppelin IV" (Led Zeppelin), "Power, Corruption & Lies" (New Order), Screamadelica" (Primal Scream), Let It Bleed" (Rolling Stones), "A Rush Of Blood To The Head" (Coldplay), "The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars" (David Bowie), "Tubular Bells" (Mike Oldfield). Per una volta le spesso vituperate Poste Italiane erano arrivate decisamente prima: a novembre 2009, in occasione del Festival Internazionale della Filatelia, in merito a una non meglio precisata Giornata della Musica, avevano emesso tre francobolli celebrativi dedicati a Luciano Pavarotti (€ 0.65), Mino Reitano (€ 1.00), Nino Rota (€ 1.50). Anche in questo caso, ignoti i motivi della scelta. Proviamo a intuire: il primo dato evidente è che sono tutti artisti scomparsi. Non basta: anche Luciano Berio e Rino Gaetano ci hanno lasciato prematuramente, ma di loro non sembra esserci alcuna traccia filatelica. Allora vediamo i curricula: uno ha vinto l'Oscar, uno ha cantato con Graham Nash a Sanremo ed era un grande amico di Mariele Ventre, il terzo ha patteggiato col fisco per saldare un debituccio da 12,91 milioni di euro per alcune «dichiarazioni infedeli» relative agli anni '89-'95. Anche così non si riesce a comprendere i presupposti che hanno condotto all'annullo. Inutile domandarsi poi quale sia stato il principio per il quale Reitano è stato valutato 35 centesimi di euro più di Pavarotti e 50 meno dell'autore della colonna sonora di "Il Padrino". Siamo certi che i filatelici (specie in via d'estinzione, almeno quanto quella degli appassionati delle cassette Stereo 8) forse saprebbero rispondere a questa domanda; noi intanto proviamo a riascoltare "Power, Corruption & Lies" e "The Division Bell" per convincerci a comprare l'intera serie.

lunedì 17 maggio 2010


Time l'ha messa in copertina per il numero speciale della rivista dedicato ai 100 uomini e donne (ma sarebbe più giusto definirli personaggi) più influenti nel 2010 (insieme a Bill Clinton e Drogba, tanto per dare idea della confusione che regna sovrana). Ma, tra i tantissimi i vip accorsi al Lincoln Center di New York per il gran galà dedicato all'evento, lei spiccava per l'assenza. Stiamo parlando di Lady Gaga, nome d'arte di Stefani Joana Angelina Germanotta, 23 anni, un disco all'attivo con un pugno di singoli in cima alle classifiche di tutto il mondo ("Bad romance", tanto per intenderci, è la colonna sonora degli osceni spot Tim con Christian De Sica e Belen vestiti da poliziotti). Il Venerdì di Repubblica, che non è secondo a nessuno, l'ha piazzata in copertina lo scorso 14 maggio, con una foto in cui appare seminuda, ricoperta da ritagli di giornale (se volete trovare un legame con la prima cover dei Sex Pistols, accomodatevi pure). All'interno nove pagine nove, con un articolo di Gianni Santoro, un confusa riflessione pseudo-filosofica di Angelo Aquaro - un 'backstage' dell'intervista che le aveva dedicato su Repubblica il 31 ottobre 2009 - ed una sorta di saggetto storico ad opera di Brendan Sullivan, nome d'arte DJ VHL, suo collaboratore e amico dai tempi in cui entrambi bevevano vino scadente in un appartamento vuoto, fantasticando sul futuro (per la precisione la signorina è di buona famiglia, ha studiato nel costosissimo istituto privato cattolico Convento del Sacro Cuore, lo stesso di Paris Hilton e questo forse spiega molte cose). Scopriamo che il suo idolo è la mamma (ah, le origini italiane) e quando suo padre ha dovuto fare un intervento al cuore non ha esitato a cucinargli un po' di pasta al dente e a portargliela in ospedale. Adora inoltre Madonna, di cui è molto amica, tanto da inscenare un litigio con bacio saffico al Saturday night live (video a bizzeffe su You Tube); e da clonarla musicalmente fino alla noia. Resterebbe da capire perchè la gente compri o scarichi le sue canzoni; tutta roba che si potrebbe ascoltare riesumando dalle tasche laterali della macchina o da sotto il rack dello stereo, qualche cassetta di Den Harrow o di Sabrina Salerno o di una di quelle compilation anni '80 tipo Mixage. D'altra parte i comportamenti della "ggente" restano un mistero in ben altre situazioni; così come le scelte editoriali di importanti e prestigiosi settimanali. "All we hear, is radio ga ga, Radio blah blah, Radio what's new?" (Quest'articolo è stato scritto ascoltando in cuffia la torrenziale edizione de luxe di "The fame" di Lady Gaga; vi preghiamo di tenerne conto al momento del giudizio).

martedì 11 maggio 2010


"Arrivò inaspettato il suono di una pianola. Riconobbi subito le note di quella canzone (...) Tra le fessure degli scuri potevo vedere via Cantoni deserta e la pianola di legno nero in un mare di luce abbagliante. Alcune operaie di una bottega artigiana stavano sedute sul gradino dell'ingresso, nel filo d'ombra della parete, a guardare due di loro che si erano messe a ballare". Inizia così "Ragazzo della Bovisa", un libro di Ermanno Olmi pubblicato nel 2004 e tratto da un progetto cinematografico interrotto per motivi di salute (la musica e la danza aprivano anche un suo bellissimo film di quarant'anni prima, "I fidanzati", con una lunga scena ambientata in una balera di periferia). Più avanti nel racconto, quando il giovane protagonista è sfollato in una colonia al lago per sfuggire ai bombardamenti della guerra, la musica ritorna, con i ragazzi che scrivono sotto dettatura di un compagno le parole di "Ma l'amore no" per poi cantarla tutti insieme (se volete risentirla, ma non vi piace la versione di Beniamino Gigli, sul web si trova una recente versione di Mike Patton, sì, il cantante dei Faith No More, con orchestra dal vivo). Sono ritratti di un'Italia popolare che forse non esiste più; (sicuramente non esiste più un popolo italiano, ma questo è un altro discorso). Invece la musica ha progressivamente aumentato la sua presenza, fino a diventare pressoché ossessiva in ogni contesto pseudo-sociale. Solamente, non scegliamo più quello che vogliamo ascoltare, ma lo subiamo, più o meno passivamente. Sfortunatamente la profezia di Brian Eno non si è verificata: l'ambient intorno a noi è cacofonia che ci rincorre, con canzoni che suonano come jingle pubblicitari e videoclip che ci scrutano dai luoghi più impensati. Un vero incubo orwelliano, in cui il Big Brother non ha la voce di Janis Joplin, ma lo squittio sardonico di Maria De Filippi; e le mostruose fattezze di tutti i figli dei Pooh!

lunedì 3 maggio 2010

La canzone intelligente


"Cosa ci vuole, chissà, per far successo con la gente, si prende un filo logico... importante, la casa discografica adiacente, veste il cantante come un deficiente, lo lancia sul mercato... sottostante". Ed oggi, per il lancio di un nuovo disco, come si comportano i maghi della Comunicazione? Vediamo: si parte qualche mese prima con un po' di rumors (l'inglese è d'obbligo); in pratica si lasciano trapelare voci che annunciano l'Artista in sala di registrazione, in gran segreto, in un castello scozzese (ma va bene anche una fattoria pugliese). Le notizie si rincorrono sul web, possibilmente 2.0, che il vecchio nessuno sa più dov'è. Nel frattempo la casa discografica pubblica un patinato dvd, dopo il best in doppio cd con cui si è tenuto vivo il ricordo nei tre anni precedenti. Il sito ufficiale a questo punto deve tacere; per parlare si usa il canale multimediale per i fan, dove far sgocciolare news, contenuti esclusivi, foto, diari di bordo e tutto quanto può servire alla bisogna. Un paio di mesi prima della data fissata per la pubblicazione, magari in occasione, del compleanno di The Artist Formerly Known as... , si ripubblica, ovviamente aggiornata, la biografia ufficiale della rockstar. Quando si arriva al lancio del singolo in tutte le radio, con video in tutte le Mtv, si aggiunge un comunicato stampa per annunciare che il brano è già primo nei titoli italiani scaricati da iTunes (nessuno controlla e poi la notizia dura un giorno). Come corollario si può rendere disponibile un'applicazione per iPhone intitolata al nostro eroe (fa chic e non impegna) e per i fan in ritardo tecnologico un servizio sms (a pagamento ovvio), con notizie in anteprima e informazioni. Il tutto capillarmente postato sulla pagina fan di Facebook . Infine la conferenza stampa, da programmare in contemporanea all'uscita di un'intervista esclusiva per un settimanale (Vanity fair per esempio) e un'altra esclusiva per un mensile (tipo XL), al quale il nostro si racconta nei suoi momenti più privati e nascosti, facendo trapelare anche un episodio doloroso; meglio aggiungere anche una dichiarazione-scandalo, del tipo un'accusa ai colleghi pronti a tutto pur di stare sul giornale - guardandosi bene dal fare nomi - dichiarando orgogliosamente che il Nostro il suo disprezzo se lo tiene dentro e, anzi, segnalando gli artisti a Lui più cari (orientarsi su icone intoccabili stile Guccini, De Gregori e Paolo Conte). Poi passare all'incasso; per ballare sul mondo, va bene qualsiasi musica.

mercoledì 28 aprile 2010


Rubando il titolo al primo film di Silvio Soldini, “Un’anima divisa in due”, Arcana finalmente pubblica (l’edizione originale, “Divided soul” è del 1985) la biografia di Marvin Gaye scritta da David Ritz, giornalista e suo confidente dal 1979 al 1983, quando dissapori per questioni di meriti e di soldi misero fine all’amicizia (nel 1987 Ritz ha vinto la causa per essere accreditato come co-autore di “Sexual healing”). Il libro ripercorre tutta la vita e la carriera di uno dei più grandi artisti del ‘900, una storia segnata dal drammatico rapporto con il padre (che lo ucciderà il primo aprile 1984; il giorno dopo avrebbe compiuto 45 anni) e da una serie infinita di successi. Il libro è costruito su una serie di interviste a personaggi famosi e sconosciuti. Come Maxine Powell, colei che Diana Ross nel 1977 da un palco di Broadway presentò come “la donna che mi ha insegnato tutto quello che so”; era una sorta di direttrice della scuola di perfezionamento della Motown oltre che la tour manager delle Supremes. Amaramente ricorda: ”Facevo loro da accompagnatrice, lustrando e lucidando le scarpe, rammentando addirittura i vestiti. In cambio di tutto ciò, mi restano anni di ricordi e nient’altro”. Basterebbe questo a sfatare il mito della Motown come la compagnia irreprensibile di cui parlava allora il “New York Times magazine” in un articolo intitolato “Il grande cuore pulsante e felice di Detroit”. In realtà Berry Gordy, fondatore della Tamla (nonché cognato di Gaye) era una sorta di padre-padrone che aveva pochi riguardi per i suoi artisti e per i suoi collaboratori e approfittò del momento storico favorevole ai diritti civili ignorandone (anche musicalmente) l’evoluzione, almeno fino ai tardi Sessanta (non stupisce la sua freddezza di fronte al progetto che sarebbe diventato “What’s Going On”, uno dei dischi fondamentali della storia del rock, un concept album sul Vietnam, le tensioni razziali e le prime istanze ecologiste). E il tipico sound dell’etichetta? Costruito ad hoc per le radio a transistor e le autoradio che all’epoca stavano invadendo il mercato. Ma perché stupirsi se uno dei primi successi della Motown nel 1959 cantato da Barrett Strong (e scritto da Gordy) si intitolava “Money (That's What I Want)”. Più chiaro di così! (E buon Primo Maggio a tutti).

Un Amore Supremo

In occasione dell'uscita in edicola di A Love Supreme, primo titolo della collezione I Capolavori del Jazz in Vinile, sono andato a ria...