Ho visto cose: calzini in filo di scozia blu dentro
Birkenstock marroni, ballerine col tacco, rosse e bucherellate, giacche di lino
su Merrell gommose, cappelli di paglia e occhiali sgargianti, vestiti
sbracciati in corpi opulenti in stivali estivi slabbrati, nasi rifatti, bocche
deformi, rossetti sbagliati. E smartphone e tablet alzati verso il tetto pur di
riprendere l’evento, un Presidente Regionale che parla di eccellenze e Renzo
Arbore che cita Paolo Conte (è in cartellone, insieme ai Subsonica, ma c’è
anche roba interessante, giuro), sì le donne non amano il
jazz. Per dargli ragione, un’ingioiellata in nero fuori luogo e tempo massimo, parla
al telefono, ribadendo stentorea dove si trova, incurante di Fresu e Rea che
provano a suonare – “O que sera, que sera”, mai titolo fu più adatto – tra i
convenuti che attendono solo il via libera per il buffet, tutta plastica
riciclata o qualcosa del genere, ingozzatevi pure, il pianeta non ne risentirà.
Poi ci si mettono anche loro, “Almeno tu nell’universo” ce la potevano
risparmiare, ma non basta, in mezzo a “E se domani” appare incredulo il tema di
“Parole Parole Parole” e sembra di essere davvero sul Titanic con la speranza
che l’iceberg arrivi presto e porti anche un po’ di fresco. Ma io sono
riconoscente a Umbria Jazz, e chi non lo è, nell’ottantasette ci ho visto
Dexter Gordon e subito dopo Stan Getz con Kenny Barron, Rufus Reid e Victor
Lewis, ancora mi sembra di esser lì, io e Marco Carbone che chissà che fine
avrà fatto. Il concerto è finito, il brusio ha raggiunto i decibel di uno
stadio di calcio nell’intervallo, volenterosi e incuranti dei desideri di
(quasi) tutti, piano e tromba ne fanno ancora una, “Bye Bye Blackbird” e mentre
esco comincio a credere che i brani scelti avessero un senso. Fuori ci sono quelli che
la sanno più di tutti e parlano come se, mentre i tram sfilano incuranti. Nel
palazzo di fronte una targa ricorda Perez Prado, ma nessuno ci bada.
giovedì 11 giugno 2015
mercoledì 27 maggio 2015
Perché odio le Rossana
Ho sempre odiato le caramelle Rossana. Ammetto che la
confezione mi attirava, rossa ovviamente, quasi carminio; ma poi quella
consistenza falsa, dura fuori, quasi insapore, e appiccicosa dentro,
inutilmente melliflua e dolciastra, che appena ti accorgevi di averla rotta ti
rendevi conto di aver fatto la sciocchezza più grande della giornata e senza possibilità
di tornare indietro. Le ho sempre odiate anche perché una sera mio padre tornò
da una cena con i colleghi di lavoro, decisamente bevuto. Era tardi, almeno
nella mia percezione di allora, eravamo in cucina, lui seduto, storto, io e mia
mamma in piedi. Mi aveva portato una caramella Rossana e a me già non
piacevano, fatta l’esperienza una volta inutile riprovare; ma lui ci teneva e
insisteva, con quell'ostinazione molesta tipica degli ebbri, a cui i bambini
oppongono una testarda e inconsapevole resistenza. Così mio padre aveva pianto,
perché io non mangiavo quella stramaledetta caramella Rossana. Era la prima
volta (forse l’ultima) che lo vedevo piangere e, come si evince, non l’ho mai
dimenticato.
Ora ho un nuovo motivo per odiarle. Nell’ultimo,
deprecabile, film di Paolo Sorrentino, Youth o Giovinezza, come vi pare,
Michael Caine (che interpreta un direttore d’orchestra in pensione) indugia due
o tre volte con la cartina dell’odiosa caramella, stropicciandola ripetutamente
tra le dita, quasi a creare un ritmo misterioso, profondo, intimo,
probabilmente una nuova “Simple Song” da dedicare al ricordo della moglie. E io
(“che non so un tubo di concerti”) ho cercato di immaginare, di capire, di dare
un significato, manco quella cartina fosse una “Rosebud” (“Rosabella” nella
versione italiana di “Citizen Kane”; vedi, mi dicevo, c’è anche l’assonanza),
uno scrigno di promesse, un whodunit di lubitschiana memoria.
Ma poi ieri, alle 11.44, la rivelazione: un
comunicato mi ricorda che anche in Italia è possibile utilizzare il product
placement e Sorrentino, legittimamente, l’ha fatto: ha impiegato un “brand
italiano in una produzione cinematografica di respiro internazionale, con un
inserimento pacato, ma che, armonizzandosi con gli elementi caratterizzanti del
personaggio, rimane impresso. In una scena, che è anche parte del teaser
internazionale del film, la carta delle note caramelle Rossana, un prodotto
senza tempo, fra i più noti di casa Perugina, apprezzato da intere generazioni,
è accarezzata e ‘suonata’ dalle mani del protagonista, che, sulla soglia degli
ottant’anni, assapora ogni dettaglio del tempo che gli rimane e che ha
vissuto”.
Voilà, impeccabile. E illuminante. Perché proprio
grazie a Rossana, il film di Sorrentino si rivela qual è. Una colossale
e impeccabile costruzione in cui ogni iperestetica
inquadratura ha il solo scopo di ingenerare aspettative clamorosamente deluse un
istante dopo; credi ti stia per spiegare il senso della vita e invece se ne
esce con “le persone o sono belle o sono
brutte, in mezzo ci sono soltanto i carini”.
Grazie Sorrentino, per avermi rievocato uno dei
nemici di tutta la mia vita, la stupida, insulsa, disgustosa caramella Rossana.
E grazie, soprattutto, per avermi ricordato che bisogna sempre odiare con
l’entusiasmo della gioventù; perché non si sbaglia mai.
lunedì 2 marzo 2015
(P)RE-CENSIONI Perché ascoltare un disco se si può parlarne comunque?
VAN MORRISON
DUETS: RE-WORKING THE CATALOGUE
Sedici canzoni dal
repertorio di Van The Man, scelte evitando volutamente quelle più famose,
ricreate ognuna con un diverso e stimato collega per altrettanti imperdibili
duetti. Questo il riassunto di un ipotetico comunicato ufficiale. La realtà è
che dischi così arrivano a fine carriera e hanno il pregio di impegnare
relativamente l’artista: dal punto di vista creativo (si usano brani già
editi); da quello produttivo (non penserete che i duetti vengano registrati de
visu? Ognuno sta a casa, incide con i suoi tempi e i suoi modi, poi si sistema
tutto); da quello fisico (la voce comincia a calare e l’aiuto rispettoso è ben
accetto). E finiscono per assomigliare all’orologio d’oro regalato al
pensionando con encomio solenne; o a una pietra tombale. Anche questo del
burbero artista di Belfast non sfugge alla regola: si convoca un po’ di nomi
altisonanti - giovani, anziani, donne, uomini, figli, vivi, morti (il bacino
dev’essere il più ampio possibile) e il gioco è fatto: come ci ha detto nel suo
ultimo disco, Morrison non ha un piano B, sa solo cantare e probabilmente
continuerà a farlo fino a che avrà voce e ispirazione. E magari anche dopo.
recensione scritta il 28 febbraio – disco in uscita il 24 marzo
“Some Peace of
Mind” con Bobby Womack (da Hymns
to the Silence, 1991)
“Lord, If I Ever
Needed Someone” con Mavis
Staples (da His Band and the Street Choir, 1970)
“Higher Than The
World” con George Benson (da Inarticulate Speech of the Heart, 1983)
“Wild Honey” con
Joss Stone (da Common One, 1980)
“Whatever
Happened to P.J. Proby” con
P.J. Proby (da Down the Road, 2002)
“Carrying a
Torch” con Clare Teal (da Hymns
to the Silence, 1991)
“The Eternal
Kansas City” con Gregory
Porter (da A Period of Transition, 1977)
“Streets Of
Arklow” con Mick Hucknall (da Veedon
Fleece, 1974)
“These Are The
Days” con Natalie Cole (da Avalon
Sunset, 1989)
“Get On With The
Show” con Georgie Fame (da What’s
Wrong with This Picture, 2003)
“Rough God Goes
Riding” con Shana Morrison (da
The Healing Game, 1997)
“Fire in the
Belly” con Steve Winwood (da The
Healing Game, 1997)
“Born To Sing” con Chris Farlowe (da No Plan B, 2012)
“Irish Heartbeat”
con Mark Knopfler (da Irish Heartbeat, 1988)
“Real Real Gone” con Michael Bublé (da Enlightenment, 1990)
“How Can A Poor
Boy” con Taj Mahal (da Keep
It Simple, 2008)
mercoledì 11 febbraio 2015
I miei tempi di Sanremo
Ai
miei tempi il Festival di Sanremo non si guardava; non era una presa di
posizione, non era un atto politico o rivoluzionario, semplicemente non ci
veniva nemmeno in mente di guardarlo. Avevamo di meglio da fare, alcuni, o non
avevamo nient’altro da fare e allora ci annoiavamo struggendoci d’amore
probabilmente; ma di guardare il Festival nemmeno il pensiero. Nel 1978 per
esempio, l’edizione dei miei sedici anni, a presentarlo c’erano Stefania Casini
con Beppe Grillo (non è un caso di omonimia), in gara c’era Anna Oxa (fu esibita
come una cantante punk, figuriamoci, “Un’emozione da poco” l’ha scritta Ivano
Fossati: non è un caso di omonimia), i Matia Bazar, che vinsero, Rino Gaetano e
Roberto Carrino (chiunque egli sia; e se oggi vedete il suo nome su un furgoncino
di una ditta di pulizie, probabilmente non è un caso di omonimia). Ma noi,
beati, non lo guardavamo: anche perché la RAI, allora ancora cosciente, trasmetteva
le prime due serate alla radio e solo l'ultima in TV. Figuriamoci, il sabato,
stare a casa a vedere Sanremo.
Ai
miei tempi un po’ più avanti, nel 1992, poteva capitare che Alfredo, un amico che
arrotondava l’università lavorando per la Doxa, ti chiedesse se ti andava di
far parte delle giurie popolari sparse nelle sedi regionali RAI; e addirittura
se avevi qualcuno da portare. Così in una dozzina ci siamo ritrovati in corso
Europa, a Genova, in una sala con un mega schermo, tipo una televisione normale
di oggi (e un bel buffet a dire il vero), a ridere di Pippo Baudo e dei vestiti
delle vallette (una adesso fa l’opinionista), a fare battute salaci sui testi delle
canzoni che ascoltavamo increduli, a votare a caso (quell’anno Pupo - lui, ora lavora in un TV albanese -
eliminato dalla finale, denunciò i brogli dichiarando pubblicamente di aver "comprato"
il 4º posto nel 1984). E a sperare che almeno non vincesse Barbarossa con
quell’odiosa canzone in cui portava a ballare la mamma, che noi, i genitori,
non avevamo ancora smesso di ucciderli (e meno male, che chissà dove saremmo
andati a dormire).
Ai
miei tempi, oggi, che sono ancora i miei tempi nonostante tutto, piuttosto che
guardare Sanremo scelgo su un film che ha vinto non so come e perché 5 o 6 premi
Oscar, ambientato in Iraq e in cui ogni dieci quindici minuti c’è da
disinnescare una bomba. Giro sul primo canale una sola volta, giuro, e c’è uno
che parla di cristo e della provvidenza, con dieci figli dieci. Finito il film
vado a letto e mi addormento sereno (più o meno). La mattina dopo, mentre
accompagno Sofia a scuola, incontro la figlia liceale dei miei vicini di casa:
un colpo di genio e le chiedo: “Hai visto Sanremo?” Mi guarda strano; le dico,
il festival, in tv. “Ah”, risponde, “in camera mia non ho la tv, solo il
computer, ieri sera abbiamo guardato You Tube con le amiche, non ho visto
Sanremo. Cos’è?” Mentre torno indietro, apro Facebook e Twitter dove molti miei
amici, veri e di social, invero più giovani, tra i trenta e i quaranta, ridono
di Carlo Conti e dei vestiti delle vallette, fanno battute salaci sui testi
delle canzoni fino a quando non gli hanno bloccato l’account, vai a sapere
perché.
E sperano che almeno non vinca Grignani, che va bene dargli due colpi, ma non si può proprio sentire.
ps. Questo video si riferisce all'edizione del 2000, roba che nemmeno Scorsese o Coppola hanno osato immaginare. Ringrazio chi me lo ha ricordato, lui, giovedì è sul serio a Sanremo.
giovedì 5 febbraio 2015
Whiplash: come dare torto a Tracey Thorn?
Che un film come Whiplash abbia ricevuto cinque nomination agli imminenti Oscar può essere letto in due soli modi: come l’imbarbarimento finale del cinema contemporaneo o come il rincoglionimento definitivo di chi sta scrivendo queste righe. Andrew Neyman ha diciannove anni e un solo obiettivo: diventare come Buddy Rich. (Per chi non lo sapesse il suddetto Rich è un batterista jazz molto famoso negli anni ’50, dotato di straordinaria tecnica e di una potenza e velocità senza eguali - che sfogava in memorabili ‘battle’ con i colleghi dell’epoca - un maestro per tutta una generazione di spaccatamburi senz’anima). Per riuscire nell’impresa è disposto a tutto, a sacrificare gli affetti, gli amici, la prima timida ragazza che chissà cos’ha trovato in lui; e soprattutto è disposto a farsi maltrattare, schiaffeggiare, umiliare da Fletcher, il direttore di una scuola che assomiglia più a Parris Island di Full Metal Jacket (c’è anche il trombonista Palla di Lardo, state tranquilli) che alla High School of Performing Arts di Saranno Famosi.
Infatti non ci sono donne (anche la mamma di Andrew è scomparsa appena ha capito che suo marito altro non era che uno scrittore fallito: una delle mille amabili frasi con cui Fletcher motiva il ragazzo); e quando a suonare il sassofono è una ragazza, è solo per cinque secondi, abbastanza per capire che il jazz non è roba da femmine. Invece ci sono l’omosessualità, latente e dichiarata, almeno a livello d’insulto e il sangue, a fiotti, in ralenti e grandangolo, sui tamburi e sui piatti (e anche sui volti), che sgorga dalle mani piagate per lo sforzo e la fatica. Insomma la musica è sofferenza (e può essere), ma soprattutto è una battaglia in cui il nemico è ovunque, in chi ti sta a fianco (i batteristi sostituti che a turno diventano titolari per umiliare l’altro), in quelli che suonano con te (mai degnati di uno sguardo in due ore di film), nel tuo maestro che è non esiterebbe a ucciderti se servisse a farti suonare meglio e che forse sei tu che devi uccidere per liberare il genio che nascondi in fondo a te (ma molto in fondo).
Tutto questo annegato in un contesto musicale pressoché nullo, tanto pleonastico e scolastico è il jazz che si ascolta: anche stendendo un velo sul momento in cui Fletcher in un localino azzarda un pezzo al pianoforte, resta la musica dell’orchestrina, un paio di brani – tra cui ‘Caravan’ in una versione incurante della magia esotica della scrittura ellingtoniana – che forse piacerebbero a quel Wynton Marsalis, spesso evocato come la realizzazione finale di ogni buon musicista.
Io, che per prepararmi mi ero anche rivisto L’uomo dal braccio d’oro (dove Sinatra la batteria imparava a suonarla in carcere ed era il suo modo di provare a star meglio nella vita), con le note di Shorty Rogers e le bacchette di Shelly Manne (bianco come Rich, ma che differenza, fidatevi anche se non siete dei jazzofili incalliti), mi sono ritrovato a odiare tutti, il maestro, l’allievo, gli orchestrali, la musica: forse lo scopo del film è proprio questo, ridurre anche lo spettatore nella condizione hobbesiana di homo homini lupus. E forse la realtà è davvero questa e io, che mi sono rincoglionito per davvero, non me ne sono nemmeno accorto.
lunedì 8 dicembre 2014
Il fondamentalista critico e Michel Petrucciani
Si scrive di musica
sostanzialmente per tre motivi: per guadagnarsi da vivere (bravi quelli che ci
riescono, disprezzati e diffamati dalle due restanti categorie); per passare il
tempo (trattasi di situazione transitoria verso una delle altre due, perché
dopo un po’ o si guadagna o si scopre che c’è di meglio da fare); e infine
perché si è fondamentalmente convinti (l’avverbio non è scelto a caso, abbiamo
a che fare in questo caso con fondamentalisti integralisti, anche se non
islamici, almeno nel mondo occidentale) di essere gli unici a capirci qualcosa.
Quest’ultima categoria è
la più interessante dal punto di vista antropologico in virtù del fatto che,
come detto, la seconda si dissolve nelle restanti e la prima è solo una
variazione di qualunque altro mestiere in cui il salario non coincide con il
lavoro svolto (ad esempio i parrucchieri per signora, i custodi dei musei
pubblici, i coristi dei teatri lirici). L’attività del critico fondamentalista
si manifesta nei confronti del prodotto musicale (da qui in avanti ‘disco’)
prevalentemente in due direzioni: stroncare senza pietà il disco, meglio se di
successo o se autorevolmente recensito da un critico salariato; esaltare
iperbolicamente il disco, meglio se sconosciuto ai più, critici salariati
compresi. Studieremo più a fondo prossimamente quali pericolosi intrecci
possano realizzarsi dall’intersezione di queste due sole linee direttrici; per
adesso limitiamoci a considerare il caso in cui al critico fondamentalista venga
recapitato da un amico (amico non per frequentazione musicale, perché il
fondamentalista rifugge ogni contatto con i soggetti dei suoi studi) un disco, ad
esempio di un quartetto jazz. Che te ne pare gli chiede il simpatico drummer? Il
disco è dedicato a un noto musicista francese, scomparso da qualche anno, un
pianista che ovviamente il nostro ben conosce. Dopo un paio di ascolti
coscienziosi il verdetto è lapidario, benché ammantato di diplomazia: siete
tutti e quattro bravissimi, ma sai, io non sono un fan del trombettitsta (il
più conosciuto del gruppo, niente di che, ma tanto basta a renderlo nocivo) e
mi sembra un disco così leggero… L’amico sinceramente ringrazia, salvo rifarsi
vivo qualche settimana dopo, felice, per la notizia che il disco è entrato
nella Top jazz dei più venduti. Negli Stati Uniti. Poi una mattina una mail
dalla casa distributrice segnala l’ingresso nella Top 30 vicino a Chick Corea e
Wayne Shorter. Il critico è combattuto: cambiare immediatamente opinione, in tutta
fretta scrivere una recensione per il sito (da dove lancia strali indisturbato),
inneggiando al prodotto italiano e ribadendo la sua antica amicizia con i
protagonisti o arroccarsi sulla sua posizione segnalando l’inevitabile ascesa
in classifica di un prodotto commerciale e quindi ripugnante?
Nel dubbio segnalo il
disco “Michel On Air - omaggio a Michel Petrucciani” di Fabrizio Bosso,
Alessandro Collina, Marc Peillon e Rodolfo Cervetto. Per Natale un’ottima idea
regalo, ma non ditelo a mio cugino.
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