lunedì 27 febbraio 2012

Il critico musicale, pt.1


Premessa
Poiché non esiste un albo professionale della critica musicale (e se ci fosse Monti dovrebbe abolirlo), non aspettatevi che qualcuno vi nomini, vi investa, vi designi o vi incarichi formalmente; se non avete avuto la fortuna di un Bertoncelli che Francesco Guccini chiamò in causa esplicitamente nell'Avvelenata o di Enzo Caffarelli evocato da Antonello Venditti in Penna a sfera (ma erano altri tempi, oramai chi volete mai che si preoccupi di citare un giornalista in una canzone), nessuno vi considererà tale, fino a quando non sarete voi stessi a definirvi in tutto e per tutto un Critico Musicale. Ovviamente la definizione non basta; certo, direte voi, servono le competenze. Sbagliato, quelle sono accessorie, se non ininfluenti: sono i comportamenti ad essere necessari, essenziali, atti dovuti e automatici con cui contrassegnare la vostra presenza nel firmamento della critica che conta. Seguendo i nostri suggerimenti basteranno un paio di mesi e tutti saranno convinti di avere di fronte il nuovo Lester Bangs italiano.

Avvertenza: il vademecum, relativo alle due situazione topiche del mestiere - la conferenza stampa e l'ascolto di un disco in anteprima - per motivi di spazio sarà pubblicato in due puntate. La prossima settimana in allegato un prontuario di frasi fatte, indicate in ogni situazione conviviale.

La conferenza stampa
Arrivate per primi, occupate con il vostro portatile il posto in prima fila e poi nascondetevi in bagno. Quando l'artista entra in sala, uscite e sedetevi salutando con una pacca i vostri vicini e con un cenno il protagonista dell'evento. Al momento delle domande, prendete la parola e fatene una lunghissima in cui ripercorrete encomiasticamente l'intera carriera discografica, curandovi di segnalare però quel tal disco del '91 che proprio non vi è piaciuto, ma bollandolo come un inevitabile momento di passaggio e di maturazione. La questione non ha importanza, ma sceglietela in modo che l'artista sia costretto a schernirsi per poi sentirsi in qualche modo assolutamente d'accordo con voi. Tipo: "non credi che in qualche modo la tua svolta sia assimilabile a quella elettrica di Dylan al Newport Folk Festival del 65?"
Al termine andate a salutare calorosamente l'artista di fronte a tutti, fermatevi a fare quattro chiacchiere con il capo ufficio stampa e poi andate via senza fermarvi al buffet, adducendo un altro impegno o l'urgenza di scrivere il pezzo in virtù del fatto che poi dovete partire per Zurigo dove ci sarà la data più vicina del tour di Gregory Porter. Non preoccupatevi che sia vero, nessuno lo conosce e nessuno verificherà. Non parlate con nessun collega, se non è lui a rivolgervi la parola per primo, non lasciatevi scappare alcun commento su quanto appena accaduto; se coinvolti in una conversazione generale, siate sarcastici e quando avete capito in che direzione si sta indirizzando la totalità degli astanti, difendete l'opinione opposta, suggellandola con una citazione tratta dall'autobiografia di Charles Mingus ("Beneath the underdog", non preoccupatevi, non l'ha letta nessuno). Quanto al buffet, alla terza conferenza stampa potete fermarvi e mangiare tranquillamente insieme gli altri, ma ricordatevi di avere costantemente il cellulare all'orecchio. Potete farvi chiamare da qualche amico che non lavora o anche semplicemente fingere la conversazione: va bene lo stesso, i critici musicali non hanno un grande orecchio.

lunedì 20 febbraio 2012

Sanremo in 2012


Martedì: sono in casa con Sofia, Bananas in Pyjamas e a nanna; riaccendo la tv, Dolcenera ha appena finito. Rocco Papaleo non fa ridere, ma è un problema mio; Samuele Bersani in smoking e scarpe da calcio. Passo alla radio, leggo Lansdale mentre Emanuele Dotto aggiorna la Champions con un'infastidita Carlotta Tedeschi. Arriva Celentano, ma sto già quasi dormendo, ricordo Don Gallo e poi il niente.

Mercoledì: per tutto il giorno non si è parlato che di Celentano. Quando accendo Morandi finge di cercarlo, poi Nina Zilli con un vestito colorato, una dozzina di centimetri di tacco e una canzone di Mina di cui non so che dire. Rocco Papaleo continua a non farmi ridere. Su Rete 4 c'è Casino di Martin Scorsese e per Sanremo non restano che i ritagli durante la pubblicità. In uno intravedo Finardi.

Giovedì: vado a teatro. Al ritorno in macchina accendo la radio: Patti Smith ha finito di cantare, Morandi le chiede Because The Night, la Tedeschi spiega a Dotto che l'ha scritta Bruce Springsteen, con l'aria di parlare a un'analfabeta. Lui risponde piccato che il Boss l'ha visto a Dallas nel 1998 e c'erano anche gli Eagles; ha speso 37 dollari e da giornalista (e genovese) se lo ricorda ancora.

Venerdì: 17 febbraio, M'illumino di meno, per Caterpillar (e per qualcun'altro) è la giornata del risparmio energetico. Quando arrivo sul divano sono stanchissimo e so già che durerò poco. Questa sera i cantanti eseguono la canzone in gara con un ospite. Con Eugenio Finardi c'è Peppe Servillo, con Nina Zilli, Giuliano Palma e Fabrizio Bosso. Ma sembra ancora una canzone di Mina. Poi mi addormento.

Sabato: vedo Adriano Celentano e mi sembra un povero vecchio che farnetica, con il cardigan da ospizio e le pantofole di stoffa. Scelgo un film di Alex Infascelli, Il Siero delle vanità. La mattina scorro il televideo: ha vinto Emma, seconda Arisa, terza Noemi. Nina Zilli andrà all'Eurofestival. In tutti i canali si parla di Sanremo, sembra che i soliti idioti abbiano offeso gli omosessuali. La vita continua.


lunedì 13 febbraio 2012

La musica degli Eletti (e degli eleggibili)


Da un paio di settimane su Internet impazzano le discussioni su Lana DelRey (è finta, è rifatta, è figlia di miliardari, è un complottodelle multinazionali, è stonata) e il dibattito sulla legittimità dello scaricamento, alla luce dell'intervento del FBI che ha bloccato Megaupload e i suoi confratelli FileSonic e FileServe (in questo ambito la divisione è netta: chi ha acquistato tonnellate di dischi nella sua vita è favorevole al download come forma di prevenzione e cura; chi li ha sempre ricevuti in omaggio dalle case discografiche è contrario). Tra pochi giorni tutto sarà dimenticato e il web sarà intasato dal Festival di Sanremo, con le più autorevoli firme del giornalismo musicale che discuteranno sui loro blog se la manifestazione ha ancora senso, se sia meglio non parlarne, se bisogna scavare tra le macerie e trovare qualche cantante/musicista ancora in vita. All'orizzonte si profilano le serate organizzate dall'entusiasta di turno che invita, come ogni anno, un manipolo di amici "a vedere Sanremo tutti assieme", ma con la novità di ritrovarsi di fronte ai dinieghi di chi ha deciso che il Festival oramai si guarda commentandolo su Twitter. Insomma, la musica è sempre più prigioniera di una Rete a maglie strette che non lascia passare niente, che non sia postato, taggato o perlomeno condiviso. Se n'è accorto anche Obama che ha rilasciato la sua playlist elettorale in vista delle presidenziali di novembre: ventinove canzoni, di tutto un po', una roba da far morire dall'invidia Weltroni per non averci pensato lui ed essersi sempre limitato ad uno striminzito inno ad ogni cambio di nome di quello che resta di un vecchio partito. A scorrere la playlist si arguisce il tenore della prossima campagna elettorale: il nuovo Springsteen (che tanto ha fatto per lui quattro anni orsono), un po' di buon vecchio soul e rhythm and blues per la borghesia nera di colore più avanti con gli anni (Green Onions di Booker T. & The MG's, Keep On Pushing degli Impressions), un occhio di riguardo per i progressisti di ieri (JamesTaylor) e di oggi (Wilco), i REO Speedwagons perché poi alla fine gli americani son quella roba lì, poco hip-hop per non spaventare la middle-class e un tocco indie perché purtroppo votano anche i giovani di Occupy Wall Street, anche se non si sa che cosa ascoltano (forse ArcadeFire e Florence + The Machine). Niente country e bluegrass, tanto quelli votano comunque a destra. Il tutto ovviamente reso pubblico con un annuncio su Twittere con una sezione ascoltabile su Spotify (che in Italia non funziona), con l'avvertenza che gli esecutori sono stati contattati e hanno dato il loro assenso. Nella speranza che presto i "retweet" e gli "i like" vengano conteggiati insieme ai voti.


lunedì 6 febbraio 2012

Dell'annosa questione della musica in tv


Qualche giorno fa un articolo di Aldo Grasso sul Corriere della Sera segnalava lo scarso successo di alcuni programmi televisivi dedicati alla musica: ad esempio lo speciale dedicato da «Che tempo che fa» al prolungato addio di Ivano Fossati, il «Chiambretti Musik show» sull'uscita del nuovo deludente disco di Laura Pausini, l'esperimento «Tiziano Ferro sul 2», tutti usciti dalla battaglia dello share con risultati a dir poco fallimentari. Dal che, la riflessione su quanto sia difficile portare la musica in tv, anche quella popolare e leggera, un genere a quanto pare troppo stretto per la prima serata. Difficile non concordare, anche se in un programma dedicato alla musica potrebbe essere utile, se non risolutiva, la presenza di un appassionato e competente giornalista musicale da un lato (intendiamo qualcuno il cui rapporto con la musica non si limiti a sollevare un cd per farlo vedere agli ascoltatori durante un'intervista) e di un musicista dall'altro: due condizioni non sempre contemporaneamente soddisfatte dagli esempi in questione. Resta il fatto che oltre al teatro (impossibile da proporre in tv) e alla radio (traslare un programma radiofonico sullo schermo può essere letale), anche la musica in tv non funziona. Per la derelitta e denigrata televisione non resterebbe praticamente altro che la televisione stessa, il che spiegherebbe la difficoltà di trovare qualcosa di decente da vedere e il proliferare di programmi in cui l'unica speranza è un litigio in cui i protagonisti si insultino fino a sanguinare (il tema non ha importanza ovviamente). A questo proposito, incrociando musica e reality, un bello squarcio, sempre questa settimana, ce lo ha dato «L'Isola dei Famosi», dove accade che il paroliere Cristiano Malgioglio asserisca di non poter essere paragonato al musicista Mariano Apicella (per la cronaca entrambi ospiti dell'isola). Lo chansonnier preferito dall'ex Primo Ministro, piccato replica: "Infatti lui è ricchione". Mentre sta per finire la puntata, due ore dopo la difficilmente opinabile affermazione, Malgioglio contrattacca (forse su suggerimento degli autori) minacciando l'abbandono. Nel frattempo lo stesso Apicella intreccia un serrato dibattito con Den Harrow (per i meno giovani, un cantante con un paio di hit da discoteca alla fine degli anni '80) sulle loro qualità artistiche – "Grazie, sei un grande cantautore", "Almeno io canto con la mia voce, non me la faccio prestare", "Infatti hai una voce di merda" - in cui è perfettamente inutile specificare chi dica cosa, tanto il risultato non cambia. Insomma, aspettando Sanremo, il catalogo in tv è questo.
Ps A David Letterman, che pure non è un critico musicale, gli autori del suo show procurano una bella copertina (finta o vera non importa) di un LP; così quando ci sono gli Snow Patrol o gli Eels ad esempio, si legge bene il titolo, il nome del gruppo e si capisce che ovviamente non siamo in Italia.

lunedì 30 gennaio 2012

Sono solo canzonette


"Le Amiche del Sabato" va in onda il sabato pomeriggio, sul primo canale della televisione italiana. Questa settimana ospita una Marcella Bella recriminante per essere stata esclusa da Sanremo; in un video Gianni Morandi spiega che bisognava fare delle scelte e quindi la canzone alla fine non è stata ammessa. Ma né la conduttrice della trasmissione, né le amiche partecipanti (tra cui Rosanna Cancellieri, tanto per capire), né tantomeno Marcella, si danno pace di fronte a una spiegazione così semplice. "Caterpillar" è una storica trasmissione radiofonica di Radio 2 (dove lavoro da settembre), in onda dal lunedì al venerdì alle 18, ormai da quindici anni. Otto anni fa 'inventa' M'illumino di meno, la giornata del risparmio energetico, una manifestazione che invita alla riduzione degli sprechi, alla produzione di energia pulita, alla mobilità sostenibile, alla riduzione dei rifiuti. Durante una riunione di redazione uno di noi lancia l'idea di un concorso per far comporre l'inno di M'illumino agli ascoltatori: trasmetteremo tutti i brani arrivati e sceglieremo quello che ci accompagnerà nel mese di campagna che precede la giornata conclusiva del 17 febbraio. Tra novembre e dicembre arrivano solo quattro inni; quando riprendiamo a trasmettere, il 2 gennaio, mancano due settimane al termine per la partecipazione e saremmo contenti di arrivare a quindici-venti. Improvvisamente – complici le vacanze di Natale o la sobrietà del governo Monti – una deflagrazione di mp3 ricopre la redazione. Alla fine saranno tantissimi, centoventicinque, di ogni genere musicale e livello qualitativo, dal professionismo al familiare, dal superserio allo scanzonato; ne scegliamo uno (quello che a noi sembra il più bello e il più adatto) e sul web o via mail alcuni si lamentano con toni apocalittici: chi paventa loschi maneggi, chi è convinto di un risultato deciso in partenza, chi ricorda che in fondo anche Caterpillar è RAI e come a Sanremo premia i 'soliti noti'. Fortunatamente il divertimento e il successo dell'iniziativa oscurano i professionisti del lamento, incapaci di credere che tanti partecipano, uno vince e tutti gli altri perdono. Una spiegazione semplice, forse troppo per chi è abituato a veder complotti ovunque. Soprattutto per chi, come tutti noi, non sa più sottostare alle regole del gioco. E non solo del gioco.

Ma cos'è questa crisi?


Se anche Standard and Poor ci ha retrocesso da "Tripla A" a "Seconda B", qualunque cosa voglia dire, non possiamo avere più dubbi: è la crisi. Un dato di cui qualcuno di noi era già consapevole; ma fino a qualche mese fa non si poteva dire, pena l'intristimento del re e dei suoi giullari. La musica invece, in crisi c'è già da tempo, quella italiana più delle altre: escono decine di dischi alla settimana che nessuno compra e, nella maggior parte dei casi, nessuno ascolta. L'ultima trovata per provare a dare un po' di buonumore alla categoria è rituffarsi nella musica della crisi per eccellenza: quella del '29, del crollo di Wall Street negli States e dell'autarchia della fascistica Italia. Nello scorso dicembre Giovanni Nuti ha pubblicato "Vivere senza malinconia", sottotitolo "Le canzoni dello swing italiano Anni '30 e '40": tra i titoli "Bellezze in bicicletta", "Mille lire al mese", "Ho un sassolino nella scarpa". Questa settimana il Trio Marrano (due donne e un uomo) accompagnato dagli strumentisti del Quartetto Bellimbusti fa uscire il cd "Altri tempi": tra le quattordici canzoni "Pippo non lo sa", "Conosci mia cugina" e l'inevitabile "Ho un sassolino nella scarpa". Casualità certo (nel 1999 anche Stefano Bollani con L'Orchestra del Titanic aveva riletto la musica del periodo), unita al conforto di un genere buono per tutte le occasioni, forse alla mancanza d'ispirazione o magari a una genuina passione. Ma di questo passo, sarà difficile sopravvivere alla crisi...

Cervelli in fuga


Il luogo prescelto è un vasto locale diviso in due ampi spazi, piuttosto anonimi. Le hostess in tailleur blu consegnano una cartella stampa a persone che si salutano con entusiasmo esagerato o distrattamente, in virtù della posizione che occupano in un'immaginaria scala gerarchica. I posti a sedere, un centinaio, sono tutti occupati, i ritardatari restano in piedi o, tra l'affanno degli uffici stampa, trovano miracolosamente posto, in virtù della posizione... Parte l'ascolto del disco, alle pareti scorrono all'infinito le immagini di un video, uno solo per i tutti i cinquanta minuti con i due rocker, uno canta, l'altro schitarra, tra borchie, pelle e tante fiamme. Maledetti! Il cd finisce, bisogna aspettare ancora e allora ascoltiamo di nuovo il singolo "da oggi in tutte le radio". Quando qualcuno depone due Ceres sul tavolino comprendiamo che il momento è giunto: da una porticina laterale escono le star, uno in maglietta nera, l'altro con un gilet che gli lascia le maniche in vista con gli immancabili tatuaggi. La liturgia può avere inizio. Le domande sono ficcanti: il giovane appassionato che scrive sul quotidiano di provincia ripercorre tutta la discografia del gruppo prima di formulare un quesito che dopo un attimo nessuno ricorda; il critico di lungo corso s'informa sull'eventuale lifting della coppia testé riformata; un altro evidenzia come quest'ultima fatica suoni molto "Red Hot Chili Peppers"; una ragazza di un sito web s'informa sulla scaletta dei concerti dell'imminente tour. Piero e Ghigo hanno una risposta per tutti: evitano la polemica con Vasco e Ligabue, pazientemente smentiscono l'intervento plastico, confermano che dal vivo suoneranno i pezzi dell'ultimo album e i loro più grandi successi, ogni tanto si lasciano scappare una parolaccia, salutata da un mormorio d'approvazione: rock'n'roll never die. Poi le parole d'apprezzamento per il primo ministro Monti e di disprezzo per una classe politica incapace e corrotta: non a caso "Grande Nazione" è la seconda parte di una trilogia politica dedicata agli stati. La celebrazione è agli sgoccioli: bisogna solo ricordare l'inevitabile partecipazione a "Che tempo che fa", il restyling del sito, il Litfiba day del 16 gennaio, unico giorno in cui sarà visibile nei cinema il documentario "Cervelli in fuga. Europa live 2011" diretto dallo stesso Pelù; infine gli immancabili autografi e le foto di rito. La folla plaudente si avvia verso l'uscita, gli artisti scompaiono nel backstage, i computer si spengono, i bloc-notes si richiudono, i giornalisti si salutano frettolosamente, o si avvicinano al buffet, sempre in virtù della posizione che occupano in un'immaginaria scala gerarchica. Ma qui, davvero è tutto immaginario.

lunedì 9 gennaio 2012

Buon anno


Nella lunga pausa natalizia, i torpori post-prandiali e le consuete classifiche riepilogative, hanno finito per indurmi a confuse riflessioni sullo stato della musica. Prendendo spunto dal nuovo inserto della rivista francese Jazz Magazine (ventotto pagine tratte dai suoi archivi: nel primo numero articoli dagli anni tra il 1954 e il 1959) e dal bollino Choc (i dischi scelti del mese) ottenuto da sette ristampe su undici titoli in totale, avevo già elaborato una decina di righe in cui mi domandavo retoricamente se il jazz esista ancora o sia ormai tenuto in vita artificialmente. Certamente, pensavo, la 'favolosa' stagione degli anni '70, quando Miles Davis divideva il cartellone del Fillmore con Grateful Dead e nelle riviste rock non mancava mai lo spazio per artisti come John Coltrane, Archie Shepp o Sam Rivers, è ormai finita. Rimuginavo sul profondo mutamento subito dalla fruizione della musica – con conseguente riposizionamento della sua funzione sociale – quando l'occhio mi cade su un articolo di Gino Castaldo di Repubblica del 6 gennaio, "Il grande silenzio del rock. Questa volta è finita davvero". Si tratta di un interessante analisi che evidenzia due aspetti: da un lato il dominio del pop (e limitatamente agli States del rap) nelle classifiche di vendita, dall'altro l'incapacità del genere, che ha fin dalla sua nascita simboleggiato la protesta nei confronti dell'establishment, di fornire al movimento degli indignati di Occupy un'adeguata colonna sonora o almeno una canzone simbolo. Sicuramente "il popolo giovanile, incoraggiato da un sistema mediatico votato al consumismo più sfrenato, sembra tornato a un'era pre-rock in cui la musica era soprattutto intrattenimento"; ed è altrettanto vero che le nuove band di culto non sembrano "volersi fare carico di essere portavoce di alcunché, tantomeno di esprimere nelle canzoni un grande respiro generazionale", così come "le band storiche tipo U2, non sembrano più molto intenzionate a cavalcare la ricerca dei nuovi sentimenti planetari". Tutto vero: mi sembra però che questo fenomeno sia soprattutto il riflesso di un'incapacità molto più generale - del cinema, della letteratura, dell'arte, ma anche (molto più drammaticamente) del pensiero sociale e politico – di cogliere complessivamente gli aspetti di una realtà sempre più frammentata, discontinua e in fin dei conti privata. Così l'assenza del rock di cui parla Castaldo (e del jazz, aggiungo io) non è che l'inevitabile riverbero di una carenza di ideologie (nel senso migliore, se gliene è rimasto uno, del termine), capaci di restituire un senso a quanto accade nel mondo. La 'fine della storia' di cui scriveva Fukuyama nel 1992, avrebbe quindi lasciato solo macerie, tra le quali ci aggiriamo (proprio come Wall E, il protagonista dell'omonimo film d'animazione Pixar, che non a caso grazie al vecchio VHS di "Hello, Dolly!", aspira a non essere più solo) alla ricerca di un senso, forse impossibile da trovare. Proprio per questo non credo che si possa semplicemente accusare la musica di attraversare "un lungo e irritante letargo di coscienza". Mi sembra che la sfida che ci attende sia molto più complessa e, soprattutto, forse per la prima volta, imponga a ciascuno di noi uno sforzo consapevole, individuale e sociale al contempo. Se poi a farci compagnia debba essere un cofanetto di Nat King Cole, un live del 1967 di Miles Davis, un brano inedito dei Doors o l'ultimo acquarello di Bon Iver, decidiamolo pure liberamente e senza preoccuparcene troppo.

lunedì 19 dicembre 2011

Racconto di Natale numero 2


Il giorno è un sabato che si avvicina al Natale, freddo come dev'essere un pomeriggio in cui si cammina controvoglia alla ricerca di regali che si trasformeranno in pacchi da scartocciare mostrando sorpresa, gioia autentica o contraffatta. Il luogo è un negozio di dischi, come non ce ne sono più: piccolo, stipato fino all'inverosimile di musica blues, rock, country, folk, jazz, metal, progressive (quello degli anni '70, non quel sottogenere dance contemporaneo che chissà perché ha lo stesso nome). Inutile cercare la Pausini o l'ultima compilation, il proprietario, sempre lo stesso da tempo immemorabile, si potrebbe irritare. Come mosse da fili invisibili, decine di persone cominciano a confluire verso il luogo in questione, mentre il sole decide di scomparire definitivamente, almeno per quel giorno. Davanti al negozio una ragazza comincia a cantare, si fa accompagnare dalla sua chitarra, da un tastierista barbuto e simpatico e da un violoncellista, schivo come si confà allo strumento. Si sta un po' fuori ad ascoltare, si saluta qualcuno, poi si entra dentro per riscaldarsi. Ci si incontra, favoloso verbo fatto di tre preposizioni, semplici.

Ritrovo il direttore del personale di una grande azienda con il quale condivo un paio di passioni musicali e di amici; il medico, che ogni mattina dopo aver fatto il giro dei prelievi per l'ASL, viene a discutere di calcio e musica; il bancario amante del jazz al quale rubo un cd di Sidney Bechet che cercava da tempo; la coppia appena tornata da un flash-mob in mountain bike; Francesca, che non vedevo da quindici anni e adesso ne ha diciotto, oltre a un fidanzato che sembra più giovane di lei e un papà complicato che mi passa al telefono per parlarmi di Pat Metheny. Adesso sta suonando un'altra ragazza, ancora più giovane, infine arriva il momento del blues, chitarra e fisarmonica; nel frattempo qualcuno si è rifugiato al bar di fianco, ma poi torna fuori, nel vapore dei respiri infreddoliti, restando avvinghiato alle ultime note. Quando anche l'ultima sarà svanita nel ruomore quotidiano, bisognerà tornare ai regali, ai parenti, alle cene coi colleghi, ai pranzi in famiglia, al Natale di cui non frega più niente a nessuno. Ma qui sembra tutto vero, ancora ci si incontra, meraviglioso verbo fatto di tre preposizioni, semplici.

Colonna sonora a cura di Roberta Barabino (Magot, Egea) e Paolo Bonfanti (Takin' a break, Club de Musique)

lunedì 12 dicembre 2011

Racconto di Natale anticipato


Mi ricordo di aver mangiato in tutta fretta, appena tornato da scuola; di aver aspettato che mia madre mi desse l'anticipo del regalo di natale di quell'anno e di aver aggiunto quei pochi soldi ai miei altrettanto irrisori risparmi per correre al Cinema Teatro Genova, proprio di fianco alle carceri e allo stadio di Marassi e comprare l'agognato biglietto. Il concerto iniziava alle ore 16, non ricordo se andai da solo o con uno dei miei abituali compagni d'avventura, Mino o Alberto; non ricordo nemmeno se Antonello Venditti fosse accompagnato dal gruppo (magari lo stesso con il quale nel settembre dello stesso anno aveva pubblicato "Lilly"; c'era anche il fratello di Little Tony che suonava la dodici corde nel brano omonimo). MI ricordo invece di Saro Liotta, virtuoso chitarrista palermitano che aprì il concerto con un set da solo e di un pianoforte a coda che troneggiava sul palco. Poi le canzoni, "Lilly" certo, ma soprattutto "Penna a sfera", polemicamente dedicata a un giornalista di Ciao 2001, "Compagno di scuola" (uscita in versione censurata: la RCA si rifiutò di pubblicare il disco con il verso "quella ragazza che l'ha data a tutti meno che a te", modificato con "filava tutti meno che te") e la mia preferita, "Lo stambecco ferito". Era il 15 dicembre 1975, quella sera Venditti avrebbe suonato nuovamente alle 21 (per i miei tredici anni il concerto della sera era un sogno impossibile, per anni ho sempre vissuto col dubbio che fossero diversi, quello della sera più entusiasmante e coinvolgente) e sarebbe tornato a Genova in febbraio per altri due date, l'11 al Teatro Ambra di Nervi e l'altro il 12 al Teatro Roma di Sestri Ponente. Mi ricordo di essere tornato a casa e di aver messo il disco sul mio Stereorama 2000 de luxe, me lo aveva regalato mio zio quando aveva cambiato il suo impianto, e di averlo riascoltato per intero. Poi mio padre era tornato dal lavoro, ci eravamo messi a tavola e avevamo cenato in silenzio, come ogni sera.

lunedì 5 dicembre 2011

Bontà loro



Tv Talk è una trasmissione di critica e analisi televisiva che va in onda su RAI 3 il sabato pomeriggio. La scorsa settimana in scaletta è prevista la partecipazione di Enzo Iachetti per presentare il suo nuovo disco, un cd il cui ricavato sarà interamente devoluto ad AMREF per la costruzione di una diga in Kenya. La registrazione (che si effettua il venerdì) fila liscia, se non fosse che qualcuno si ricorda che ogni 'lancio di beneficenza' deve essere, per ovvi motivi, approvato e concordato con il Segretariato Sociale RAI: per controllare la bontà del progetto e per evitare una sovraesposizione di alcune iniziative a scapito di altre. In mancanza di tale autorizzazione, la produzione – RAI Educational - deve tagliare la parte con Iachetti, che il giorno dopo non perde occasione di gridare alla censura contro di lui. La settimana seguente, approvata regolarmente la partecipazione, Iachetti è in onda a TV Talk. Il presentatore spiega l'accaduto e la telecamera inquadra il conduttore di Striscia la Notizia con il disco in mano che, visibilmente infastidito, ironizza sull'accaduto. Poi attacca i commercianti di dischi che sono gli unici a non rinunciare al guadagno, poiché trattengono la loro percentuale sulle vendite (affermazione tutta da verificare: gli studi di registrazione sono stati ottenuti gratuitamente, la stampa del cd, il packaging, la grafica, la spedizione, nessuno ha chiesto niente?). Al di là del fatto che bisognerebbe spiegare al signor Iachetti che la beneficenza, per definizione, non può essere obbligatoria, ma deve essere decisa liberamente e volontariamente dal singolo soggetto, resta il fatto che il conduttore di Striscia la Notizia non è un cantante (la precedente incisione dedicata ai vecchi successi di Gaber, se ascoltata con attenzione, conferma questa tesi); cioè non sta facendo beneficenza con il frutto del suo lavoro, ma semplicemente con i soldi di coloro che decideranno di acquistare il suo disco. Un equivoco questo piuttosto radicato nel mondo dello spettacolo italiano, sempre pronto a lanciarsi in iniziative in cui i protagonisti della beneficenza si limitano a metterci la faccia o tutt'al più a divertirsi giocando a pallone all'Olimpico (dove normalmente non riuscirebbero mai a mettere piede), devolvendo l'incasso, pagato dagli spettatori, a qualche meritevole associazione. Forse, visti i redditi dei protagonisti, per ottenere gli stessi obbiettivi sarebbe sufficiente che la beneficenza decidessero di farla con i loro soldi. Meglio se in silenzio e nell'anonimato totale.

and when I die...


Correva l'anno 1988 quando Clint Eastwood diresse la biografia di Charlie Parker, "Bird" con Forest Whitaker; l'avventura del compact disc era appena iniziata e la pulizia del suono che il nuovo formato sembrava poter garantire era la parola d'ordine. Così nacque l'idea di incidere la colonna sonora utilizzando gli assoli originali di Parker risalenti agli anni '40 e '50, debitamente restaurati, sostituendo le altri parti con registrazione nuove e tecnicamente impeccabili. Una profanazione che fece gridare allo scandalo i puristi, un espediente che non ebbe seguito e che non giovò particolarmente alle vendite. Chi invece dal punto di vista delle vendite ottenne uno straordinario successo fu Natalie Cole che, utilizzando più o meno lo stesso sistema, nel 1991 incise "Unforgettable" insieme al padre Nat, o meglio insieme alla sua voce visto che il cantante all'epoca da era già morto circa ventisei anni. Da quel giorno periodicamente qualcuno ci riprova (la stessa Natalie, sempre col padre nel 2008) con alterne fortune. Ora è la volta di Fabrizio de Andrè, la cui voce è stata prestata a Geoff Westley e alla London Symphony Orchestra: il risultato sono dieci canzoni (di cui due duetti, con Capossela e Battiato), provenienti dagli album più disparati, da "La Buona Novella" ad "Anime Salve", restituiti in maniera troppo uniforme, piacevole, ma prevedibile. Al di là del giudizio estetico è interessante notare come in queste operazioni, in parte sicuramente commerciali, si riproponga un antico leit-motiv della registrazione e cioè la capacità di dare voci ai (nostri) fantasmi. In effetti quando si parla di musica registrata stiamo sempre parlando di una cosa che nel migliore dei casi non esiste più o che non è mai esistita (furono i Beatles i primi a incidere in studio canzoni che all'epoca non sarebbero stati in grado di riprodurre in concerto; oggi le tecniche di registrazione permettono di incidere la ritmica in un continente, gli assoli di chitarra in un altro e poi rimixare il tutto con una voce che non ha mai visto in faccia gli altri partecipanti). Fantasmi appunto, che si materializzano al momento dell'ascolto e solo in quell'istante, sensazione oggi aggravata dalla scomparsa del supporto con conseguente smaterializzazione della musica. Non restano che i concerti, non a caso la musica 'dal vivo'; sempre ammesso che non siano proprio i morti quelli che vorremmo continuare ad ascoltare...

lunedì 21 novembre 2011

I sogni son desideri


Ormai è un'emorragia: dopo i R.E.M., forse gli U2 e Ivano Fossati, anche Francesco Guccini ha annunciato che si ritirerà dalle scene musicali. Certo, a far da contraltare ci sono quelli che non mollano, Rolling Stones e Dylan su tutti, ma anche i nostri: Antonello Venditti sta per uscire con un nuovo album, Fabrizio De Andrè ne ha appena pubblicato uno con le sue più belle canzoni reinterpretate orchestralmente da Geoff Westley (il mago inglese del suono che curò il restyling di Battisti di "Una donna per amico) e anche Lucio Dalla è sempre prodigo di composizioni in ogni ambito dello scibile musicale, tutte accomunate dal fatto di non lasciare alcuna traccia nell'etere. Poi ci sono quelli che ci riprovano: i Litfiba, di nuovo insieme, stanno per uscire con un nuovo disco anticipato da un singolo "Lo Squalo", che già dal titolo sembra di vedere il video. Infine quelli che non mollano mai, da Little Tony a Ornella Vanoni, fino al sempre verde duo Apicella-Berlusconi. Ripetutamente annunciato e rinviato (con in mezzo lo spiacevole annullamento del concerto previsto per lo scorso 10 marzo al Teatro degli Arcimboldi del solo Apicella, causa prevendita zero) il 22 novembre prossimo su tutti gli scaffali dei migliori negozi di dischi campeggerà "Il vero amore", undici canzoni interamente composte dall'ex-premier (scusate, lo riscrivo, ex-premier) tra cui, commenta il guitar-hero napoletano, "la novità di un samba e di un brano latino-americano". La scorsa settimana il sito di scommesse inglese Puddy Power quotava 33 a 1 un tour europeo, 100 a 1 la possibilità di vederli al prossimo Glastonbury e 5 a 2 la caduta del governo entro la fine dell'anno. Vi lasciamo la soddisfazione di controllare da soli se le quote siano rimaste inalterate: nonostante il tempo libero del nostro ex-premier (mi ripeto, lo so) i bookmaker inglesi potrebbero forse aver considerato che se qualche processo andasse a buon fine, dalle patrie galere sarebbe difficile uscire anche per un tour musicale. Difficile, lo so, ma la musica serve soprattutto a sognare.

lunedì 14 novembre 2011

You Can't Get Always Get What You Want


"I primi a comparire erano stati Martha Reeves and the Vandellas. Avevano suonato Dancing In The Street e quando avevano attaccato la strofa Baltimora e il D.C. Il pubblico si era acceso. La ragazza con il top scollato ballava davati a loro, ancheggiando, e i ragazzi se l'erano immaginata nell'atto restando paralizzati. Dopo aveva fatto la sua comparsa Stevie Wonder, aprendo stranamente con Rockin' Robin, un successo di Michael Jackson di quell'anno, poi aveva fatto muovere la folla proseguendo con il suo repertorio. Durante Signed, Sealed, Delivered (I'm yours) era uscito un accompagnatore per far girare Stevie visto che, senza rendersene conto, stava cantando rivolto verso la parte vuota della tribuna. Dopo un momento morto, in cui la gente si era fatta ancora più ubriaca, disinibita e stravolta gli Stones erano saliti sul palco, e Mick Jagger, magro per via della cocaina, con una tutina bianca e una sciarpa di seta rossa, aveva gridato 'ciao campeggiatori' facendo partire il gruppo con Brown Sugar. Quarantamila persone si erano alzate in piedi, alimentate da alcol, anfetamine, acidi, marjuana e giovinezza. Un agente di polizia faceva ruotare il manganello al ritmo della musica. Il gruppo aveva suonato brani da Exile on Main Street, che era uscito da poco. L'assolo di chitarra di Mick Taylor in You Can't Get Always Get What You Want era stato epico".
È un brano trato dall'ultimo romanzo di George Pelecanos, "Il sognatore", autore noir di cui abbiamo già parlato in occasione del precedente "Il giardiniere notturno". Anche in questo libro la musica è una sorta di punteggiatura, un sottofondo ideale a una scrittura sempre avvincente, nonostante "The turnaround", questo il titolo originale, non sia la miglior prova dello scrittore di noir preferito da Barack Obama. Ma al di là di questo, viene un po' di nostalgia a pensare a quel concerto del 4 luglio 1972 al Robert F. Kennedy Memorial Stadium di Wahington, una delle tappe del The Rolling Stones American Tour con Stevie Wonder che di lì a poco avrebbe pubblicato un capolavoro come "Superstition". Chissa che per il quarantennale ormai prossimo non salti fuori un cd con annesso dvd; e magari dal MIT di Boston arriverà la buona notizia e per quella data avranno inventato una comoda macchina del tempo. Anche se "non è possibile sempre ottenere quello che vuoi".

lunedì 7 novembre 2011

This is the end


La notizia che la divisione discografica della EMI, ufficialmente messa in vendita da Citigroup dallo scorso febbraio, fatica a trovare acquirenti non ha trovato grande riscontro sui media. Così anche l'annuncio che l'Intenational Media Services di Caronno Pertusella, storica produttrice di cd e dvd, ha da poco fatto richiesta di messa in liquidazione (i lavoratori hanno ottenuto la solidarietà prima di Vasco Rossi e successivamente dalla EMI italiana, storico cliente dell'azienda) è affogato tra i mille altri che funestano la cronaca di tutti i giorni (solo la Stampa – mi sembra – gli ha dedicato due articoli). Le due notizie però, associate tra loro, conducono ad un'unico risultato: entro la fine del 2012 le major discografiche abbandoneranno definitivamente il formato del compact disc in favore del download/stream. Un articolo apparso su www.side-line.com specifica inoltre che il CD continuerà ad esistere solo in limited edition o in versioni deluxe. insieme probabilmente alle esigue tirature in vinile per le nicchie di appassionati rimaste (all'insegna di non si butta via neppure la più piccola possibilità di guadagnare). Toccherà farsene una ragione, anche se in fondo non succederà niente che non sia già accaduto: gli innamorati della musica-oggetto continueranno a comprare i dischi nel formato che più gli aggrada fino alla naturale estinzione della (loro) specie; e le nuove generazioni ascolteranno in modalità random la musica che più gli aggrada (in molti casi la stessa dei loro avi). È solo una questione di tempi che passano, di tecnologie che cambiano, di cose che scompaiono, di ricordi che svaniscono. E di gente che rimane senza lavoro, ma di questo ovviamente non frega niente a nessuno. Beautiful Friend, This Is The End.

lunedì 31 ottobre 2011

L'orrore, l'orrore


Sono abbonato a una non modica quantità di newsletter teatrali nella speranza, quasi sempre frustrata, che il teatro italiano dia segni di vita. Tra le tante quella dell'Eliseo di Roma, un teatro che riceve dallo stato contributi annuali per 1 milione 386 mila 572 euro, soldi ben spesi e giustamente sottratti ad altre realtà, considerando l'altissimo livello delle produzioni in cartellone. Il 25 ottobre scorso nella casella di posta elettronica ricevo una mail che all'oggetto riporta: "Le gemelle Kessler cantano Amy Winehouse!". Sarebbe sufficiente per farle prendere immediatamente la via del cestino, ma come sapete l'orrore ha un suo fascino e decido di aprirla: in una foto le due settantacinquenni tedesche (ancora ben conservate a dire il vero, ma in questo caso la grafica potrebbe aver fatto miracoli) sorridono dandosi la mano. L'audace copy spara tutte le sue cartucce: "Vi aspettavate di vedere le gemelle Kessler cantare Amy Winehouse e Lou Reed?". Francamente no ci viene da rispondere. Ma il testo continua imperterrito: "Succede in Dr Jekyll e Mr Hyde, il nuovo musical di Giancarlo Sepe! Dall'autore di Napoletango (che purtroppo ci è sfuggito, ndr), un musical coinvolgente con brani di Radiohead, Moby, Gorillaz, James Blake, Howie B e molti altri!" Basta l'orrore è diventato un vero horror (ma in questo caso Robert Louis Stevenson non c'entra, perché, cito sempre testualmente, il musical è ideato e diretto dal Sepe di cui sopra: la SIAE pagherà felice i diritti d'autore). Invece l'anonimo redattore implacabile continua: "Alice ed Ellen Kessler tornano alle scene a distanza di 30 anni e si cimentano con "I Know I'm no good" di Amy Winehouse, "Perfect Day" di Lou Reed, "Silence is sexy" degli Einstürzende Neubauten. Al loro fianco Alessandro Benvenuti, Rosalinda Celentano e 15 giovani appassionati attori." Come avrete notato ce n'è per tutti i gusti, difficile mettere assieme un coacervo così strampalato di generi musicali, gruppi e cantanti. Pur non avendo visto lo spettacolo (facciamo ammenda, ma recupereremo nella tournée mondiale) siamo certi che il debutto del 18 ottobre sia stato un trionfo (anche grazie alle quattro pagine che il settimanale di tendenza Vanity fair non ha mancato di dedicare all'evento). Di una sola cosa ci rallegriamo: è evidente che per il ritorno delle Kessler in Italia Berlusconi deve aver ottenuto in cambio dalla Merkel la salvezza dell'Italia. Almeno di quella che lavora (anche teatralmente parlando). Non resta che sperare che per quella che recita a soggetto il default prima o poi arrivi davvero.

lunedì 24 ottobre 2011

La mummia


Cera una volta. Sì, non avete letto male e non c'è nessun errore di battitura. Così infatti comincia la storia di Stefano D'Orazio "musicista, cantante, scrittore e autore di canzoni e musical". Vai a capire perché nell'invito all'inaugurazione della statua di cera del suddetto D'Orazio, il suo premuroso ufficio stampa (già, non quello del museo, ma quello del musicista, che si è fatto carico di mandare in giro una simile notizia) abbia evitato di nominare i Pooh di cui il nostro è stato per trentotto anni il valido batterista. Certo gli autori di "Pensiero" e "Chi fermerà la musica" non saranno stati i Cream o i Soft Machine e il nostro D'Orazio né Ginger Baker e né John Marshall; però questa omissione sa molto di rimozione, dopo l'abbandono del gruppo per stanchezza nel settembre di due anni fa. Tanto più in un giorno di assoluta consacrazione come mercoledì 19 ottobre quando, presso il Museo delle Cere in piazza SS. Apostoli, 68 a Roma, è stato effettuato "il taglio del nastro" (testuale) con tanto di brindisi con tutti i presenti. Dobbiamo ammettere la nostra ignoranza: nel primo viaggio oltremanica non avevamo rinunciato a una visita al Madame Tussauds (ultime entrate del museo delle cere di Londra: Colin Firth, Rihanna e Kate Winslet); e anche all'ombra della Tour Eiffel avevamo santificato il Grévin (qui sono stati appena incerati Sebastien Loeb, Brad Pitt e Cecilia Bartoli); ma non avevamo mai sentito parlare di quello di Roma, che pure porta nel suo logo l'imperiale scritta "since 1938".
Nostra mancanza; di certo ora ci sarà un motivo in più per recarsi nella caput mundi e anche i black bloc avranno un obiettivo ben più nobile per le loro proteste. Tra l'altro si potranno anche ammirare dal vivo (?) Ligabue, Gigi D'Alessio e Andrea Bocelli. Con l'auspicio che presto la misteriosa frattura si ricomponga e anche i restanti Pooh raggiungano il nostro D'Orazio nel pantheon. C'era una volta e cera per sempre.

lunedì 17 ottobre 2011

Io canto


Sembrava che il punto più basso della musica in televisione fosse stato raggiunto con i vari talent-show; ma lì, in fondo, si trattava solo di aspiranti cantanti gettati nell'arena, nella speranza che tra giudici, vocal coach e concorrenti prima o poi accadesse qualcosa di mediaticamente succulento (della musica ovviamente non fregava niente a nessuno). In questa nuova stagione, al decadimento di questi programmi (X factor su Sky ha perso molto del suo fascino, Star Academy raggiunge percentuali d'ascolto che ad altri programmi sono stati letali dopo una puntata, di Amici di Maria De Filippi preferirei non parlare) si contrappone il felice esperimento a tarda notte su Rai 3 di "Sostiene Bollani", la conferma che la musica in televisione ci può stare eccome; tutto sembrerebbe andare per il meglio quando, un sabato qualunque zappingando qua e là, mi sono imbattuto in un horror di rara potenza. Presentato da Antonella Clerici, infagottata in un roboante vestito-caramella, una specie di Michael Bublé in scala 1:2 distruggeva "Moondance", ovviamente a insaputa di Van Morrison (che da tipetto nervoso qual è, probabilmente ucciderebbe di fronte a un simile scempio). Come tutti i prodotti di serie Z è stato difficile allontanarsi dalla morbosità dell'immagine; quando infine sono riuscito a schiacciare il telecomando, sono rimasto inebetito a lungo prima di riprendermi, ripensando allo Zecchino d'oro e a semplici bambini che cantavano belle e divertenti canzoni per bambini. Passano alcuni giorni e per gli imprescindibili motivi della vita giovedì sera sono di nuovo sul divano che scanalo qua e là. Gasparri su La 7 mi costringe a cambiare, su Canale 5 c'è Gerry Scotti, tanto e troppo come sempre, vicino ad Alessandro Preziosi, un filo di barba, camicia bianca aperta e completo grigio. Ma c'è anche una bambina, nove-dieci anni, alla quale viene chiesto di mostrare la lunga chioma ruotando di fronte alle telecamere; poi il "signor Scotti" si allontana e la regia inquadra la bambina in primo piano, lo sguardo sognante e adorante verso l'attor giovane. Parte l'orchestra e l'impavido inizia a cantare; dopo la prima strofa la parola passa alla bambinetta che, ignara di quello che dice, si impegna nel raccontare la storia di Reginella, signorina che da ragazzina mangiava "pane e cerase" e adesso gira "con la vesta scollata, in mezzo a tre-quattro sciantose". Il tutto di fronte allo sguardo adorante dei genitori, quello compiaciuto dello Scotti Gerry e del Preziosi Alessandro (che non aveva dimenticato di presentare la sua ultima fiction prossimamente in tv), tutti complici nel far cantare a una bambina la storia di una escort, probabilmente minorenne, che "a volte, distrattamente" pensa ancora al suo primo amore. Una trasmissione davvero esemplare di questi orribili tempi.

lunedì 10 ottobre 2011

Un bel tacer

Ci sono musicisti che hanno smesso di suonare dopo un disco, alcuni dopo tre, altri che si ritirano e poi miracolosamente riappaiono, pochi che, fortunatamente, non smettono mai. Ovviamente tutto questo succede all'insaputa del soggetto in questione: per intenderci, Tim Buckley non ha mai saputo di aver inciso l'ultimo album nel 1970 (era "Starsailor") così come Neil Young è all'oscuro di essere stato a riposo tra il 1980 e il 1985; e via così. Ci sono poi i musicisti consapevoli, che coscientemente comunicano il loro ritiro: è capitato a Ivano Fossati (con qualche anno di ritardo a dir la verità, rientrando nel caso di chi aveva già smesso senza rendersene conto), che ha scelto la canonica intervista a "Che tempo che fa" per l'annuncio, giusto in occasione dell'uscita del suo ultimo "Decadancing". Tanto che c'era. nel corso della trasmissione ha presentato anche il libro "Tutto questo futuro", edito da Rizzoli per la modica somma di 40 euro, uscita ampiamente anticipata dal settimanale del Corriere della Sera "Sette" con ampi stralci in anteprima. La notizia del ritiro, che tanto ha scosso l'ineffabile Fazio, è stata poi ampiamente ripresa da tutti i quotidiani italiani, insieme alle date del tour che debutta da Milano il 9 novembre, fino agli inizi di dicembre e poi una seconda parte a gennaio e febbraio 2012. Nel frattempo un po' di presentazioni del libro, tra cui una la settimana scorsa a Roma con Ernesto Assante che, nel suo blog, ha sottolineato il gesto che "in un paese come il nostro, dove nessuno si dimette mai, è comunque ammirevole". Premesso che non abbiamo ascoltato il disco (che, per sicurezza, contiene un brano che si intitola proprio come il libro, "Tutto questo futuro") e detto che siamo certi della sincerità del cantautore genovese (in una conferenza stampa il giorno dopo ha ribadito che "se dovessi scrivere qualche canzone che merita di uscire dal cassetto, magari telefonerò a qualche amico" e "se tra cinque anni un artista mi chiedesse un assolo di chitarra gli direi di si, ma di cantare non se parla"), avremmo preferito che l'annuncio non arrivasse con tutto questo clamore. Ivano avrebbe potuto evitare di dirlo a uno sgomento Fabio, avrebbe potuto evitare di lanciare un disco, un libro e un tour tutto insieme. Lui, forse avrebbe potuto scegliere di dirlo nel bel mezzo di un mese qualunque, senza dover promuovere niente, senza chiasso, così come ci saremmo aspettati da chi, proprio nella seconda canzone dell'ultimo disco, ci ricorda che "Quello che manca al mondo, è un poco di silenzio".

lunedì 3 ottobre 2011

Back to the future


Un po' di anni fa un gruppo americano, i Big Daddy, avevano dato alle stampe un disco in cui nel retro di copertina si raccontava la loro improbabile storia: inviati nel Sud Est asiatico nel 1959 per un tour tra le truppe statunitensi, erano stati catturati dai "Comunisti rivoluzionari" e tenuti prigionieri per 24 anni. Tornati in patria si erano ritrovati con la musica completamente cambiata e per sbarcare il lunario non avevano potuto fare altro che provare a interpretare i successi degli anni '80 nell'unico genere che sapevano suonare, il rock 'n' roll. Così "Billie Jean" di Micheal Jackson suonava come "Be-Bop-a Lula e "Dancing in the dark" di Springsteen come un brano di Pat Boone. Ovviamente la storia era una divertente trovata, ma il disco del 1985 - "Meanwhile...back in the States" - un piccolo gioiellino. Immaginate di riprovare oggi a fare la stessa cosa: un gruppo prigioniero, diciamo in Afghanistan dal 1985, ritorna dopo ventisei anni e cosa ritrova: scomparsi i dischi, le cassette e tra poco anche i cd, la musica si ascolta soprattuto nei telefonini o negli iPod, si compone con l'iPad o con Garage band, magari pubblicandola anche in forma di app per iPhone. Ma il suddetto gruppo, una volta trasformato il proprio repertorio in un maneggevole mp3, non avrebbe alcun problema a inserirsi nello show-business come se niente fosse. Anzi, il 'vintage' che emanerebbe dagli strumenti o dai vestiti, non sarebbe che un ulteriore tocco di classe. La musica invece sarebbe perfettamente attuale, tanto poco è cambiata in questi ultimi venticinque anni, come dimostrato dal fatto che Springsteen è sempre lì, Michael Jackson ci sarebbe ancora se non avesse sbagliato medico e Bob Dylan è più o meno da allora in tour senza dare la sensazione di volersi o potersi fermare. E la musica di oggi? Forse da qualche parte sta suonando, ma chissà se nel fragore assordante della contemporaneità, qualcuno riuscirà ad accorgersene.

(Articolo scritto con il sottofondo del primo album di King's Daughters & Sons, "If Then Not When" e anche dei Big Daddy ovviamente)

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Un Amore Supremo

In occasione dell'uscita in edicola di A Love Supreme, primo titolo della collezione I Capolavori del Jazz in Vinile, sono andato a ria...