
lunedì 22 febbraio 2010
Masters of war

lunedì 15 febbraio 2010
BerSanremo


Fino a qualche giorno fa digitando le parole “Bersani” e “Sanremo” in un qualunque motore di ricerca Internet, sarebbe saltata fuori la notizia della partecipazione del cantautore romagnolo Bersani Samuele all’edizione del festival di Sanremo del 2000 (la canzone "Replay", si classificò al 5° posto, ottenendo il premio della critica). Da oggi, grazie al nuovo corso del PD, la pagina di Google si è arricchita di nuovi e irresistibili contenuti: infatti apprendiamo da un’intervista al settimanale "A", diretto dall’ineffabile Maria Latella, che il segretario del primo partito dell’opposizione sarà all'Ariston di Sanremo, insieme a una delle sue figlie, per seguire la finalissima del 20 febbraio. Come se non bastasse la tv democratica “Youdem”, per la prima volta farà un suo dopo-festival. D’altronde, dice il Bersani Pierluigi, “il Pd è un partito popolare, senza snobismi, che va dove c'è la gente. Dove la gente ha dei problemi e soffre. Ma anche dove si diverte”. Ecco, se il Pierluigi si fosse fermato in tempo, avremmo potuto condividere la sua affermazione; impossibile negare in questo caso, che il PD vada dove la gente soffre (altrettanto impossibile negare che spesso è proprio lo stesso partito a mettere in moto i meccanismi della sofferenza). Ma via, credere che la gente a Sanremo si diverta e soprattutto credere che, in questo sciagurato 2010, qualcuno voglia o possa acquistare i biglietti per tutte e 5 le serate (sì, non si può comprare la singola data, se non fuori dall’Ariston in caso di invenduti, ovviamente la sera stessa) al modesto prezzo di 1200 euro per la platea e 590 euro per la Galleria, è veramente un’idea bislacca. O forse l’idea bislacca è quella di credere che la sinistra dovrebbe distinguersi dalla destra, senza inseguirla sullo stesso terreno; e ad esempio presentarsi al Premio Tenco e senza nemmeno annunciarsi. Per dirla con il Bersani Samuele (uno che il Tenco l’ha vinto sempre nel 2000 per l’album "L'Oroscopo Speciale"): Chiedimi Se Sono Felice!
domenica 7 febbraio 2010
Trolls, Mogan & Faber

"Se la leggenda diventa realtà, stampa la leggenda". Vero, ma anche Dutton Peabody, il direttore del giornale che pronuncia la frase nel film di John Ford “L’uomo che uccise Liberty Valance”, sarebbe stato in difficoltà di fronte alla strombazzata reunion dei New Trolls con Vittorio De Scalzi, Nico Di Palo, Gianni Belleno e Giorgio D’Adamo. Infatti come comportarsi con Ricky Belloni (componente storico della formazione e autore di brani come “Quella carezza della sera”) che si affretta a precisare che “i New Trolls non esistono più, ci sono due realtà che portano in giro la storia del gruppo che sono composte da ex componenti dello stesso, una è la mia che si chiama Il Mito New Trolls e poi ce n'è un'altra che invece gira col nome La Leggenda New Trolls la quale, mistificando la realtà, ha rivendicato una presunta reunion del gruppo”. Sono gli assilli della comunicazione contemporanea, che quotidianamente si ripropongono: come nel caso Morgan ad esempio, dove ministri, nani e ballerine (in Italia sono un’unica categoria) si sono affrettati ad alimentare un insulso bla bla bla, che di buono ha fornito solo l’articolo di Francesco Merlo su Repubblica del 4 febbraio (Morgan, il falso maledetto). È pur vero che nella musica, nel rock in particolare, realtà e leggenda vanno spesso a braccetto, anche perché non c’è niente come un’autentica leggenda (quasi un ossimoro) in grado di alimentare guadagni più o meno giustificati. Ne sa qualcosa Fabrizio De André, di cui in questi giorni si parla nuovamente perché il Comune di Genova ha messo a punto il bando di gara per l’aggiudicazione dell’ex negozio di Gianni Tassio, acquistato due anni fa per l’iperbolica cifra di 385.539 euro. Ovviamente uno dei requisiti è che la “destinazione dovrà tenere comunque conto del valore storico del negozio e mantenere quindi le caratteristiche di punto di interesse culturale”. Peccato che in quei locali De André non ci fosse mai entrato, visto che l’originale Gianni Tassio si trovava due-trecento metri più avanti! Ma di fronte alla leggenda, che importanza può avere la realtà?
domenica 24 gennaio 2010
Back to the future

“Rip, mix, burn. Dopotutto è la tua musica”. É uno slogan pubblicitario di Apple che in Italia non abbiamo mai visto per l’impossibilità di tradurlo, mantenendone inalterata l’efficacia. Significa, pressappoco: scarica un brano da Internet (rip), mettilo insieme a quello che ti pare (mix) e poi masterizzalo (burn). Ovviamente con queste parole la casa di Cupertino si guardava bene dall’incitare al download libero; nonostante un’immagine abilmente costruita, Apple è una delle aziende meno disposte alla condivisione. Dall’iPhone (che, infatti, non si apre nemmeno per cambiare la batteria) ad iTunes, nel mondo della mela tutto si paga profumatamente: è il prezzo per essere up-to-date. Ma il passato bussa alla porta: come Muddw Waters aveva preso a Son House che aveva preso a Robert Johnson, come gli Zeppelin avevano preso a Muddy Waters, oggi chiunque può prendere un brano, mixarlo con altri dieci, farlo diventare una cosa diversa e poi condividerlo in rete. Il miraggio libertario e anarchico del punk (chiunque può suonare), profondamente ingenuo (tranne che per Malcolm McLaren), si è infine realizzato; o almeno ci prova, perché come racconta Brett Gaylor nel documentario, in stile Michael Moore, “Rip! A remix manifesto”, la reazione delle majors non si è fatta attendere. Il film alterna la storia di Girl talk, ingegnere di giorno e musicista-dj di notte specializzato nel mashup e nel digital sampling (cioè nello smontare e rimontare pezzettini di canzoni, anche una singola battuta, per giungere a un nuovo brano completamente distinto dall’originale) confermando l’assunto che la cultura è sempre costruita sul passato; e che da sempre il passato cerca di controllare il futuro (leggi gli autori dei brani originali non sono per niente contenti che Girl talk o chiunque altro prenda un pezzo della loro opera per utilizzarlo a proprio piacimento). Quanto poi, in epoca di globalizzazione totale (e quindi anche di pensiero), la situazione musicale sia paradigmatica di quella politica o sociale, lascio a voi la riflessione. p.s. il dvd è pubblicato da Feltrinelli a 14,90 euro, ma se scrivete vi invio il link per scaricarlo o, se abitate vicino, ve lo porto anche di persona.
giovedì 21 gennaio 2010
La musica che gira intorno parte 3 (fine)

Scrive Gino Castaldo nel suo libro edito da Einaudi, "Il buio, il fuoco, il desiderio": "in realtà ancora non esiste la musica di oggi". Vero. Down Beat, la bibbia americana del jazz che non esita a recensire anche il rock, nel suo ultimo numero ha riassunto i dischi che negli anni '00 hanno meritato le fatidiche cinque stelle: su 112 titoli, la metà sono ristampe. Così infuriano i dibattiti su cosa si debba fare oggi con la musica di ‘vecchi’ come Dylan e Morrissey e di ‘nuovi’ come Them Crooked Vultures, un riuscito incrocio tra Led Zeppelin e Nirvana. A rovesciare il problema forse si trova la soluzione: ma l'oggi vuole una sua musica? Evidentemente no, bastano gli infiniti relitti del passato, che continueranno a galleggiare nell’incommensurabile spazio offerto dalla Rete per i secoli dei secoli, a disposizione di qualcuno che si decida a scaricarli (per riporli in un hard disc gigantesco; ad ascoltarli c’è sempre tempo). É anche la definitiva dimostrazione che la musica ha completamente perso la sua funzione sociale; o per dirla nuovamente con le parole di Castaldo “ha smesso di essere quella che è stata per un periodo enormemente lungo”. Ma sarebbe ingeneroso o presuntuoso immaginare la musica come un valore assoluto, impassibile e impermeabile a quello che gli accade intorno: in realtà, per la gioia di Jacques de Chabannes de Lapalisse, è la società ad essere cambiata e la musica non ha fatto che adeguarsi (nel peggiore dei modi); così non resta che rassegnarsi a cercare nei meandri più reconditi e inaspettati la musica dell’oggi. Consapevoli che sicuramente “The revolution will not be televised” (come cantava Gil Scott-Heron, uno di cui parleremo presto, perché dopo anni di silenzio sta per uscire il suo nuovo inaspettato album, “I’m new here”); ma che molto probabilmente non sarà nemmeno la musica a occuparsi di annunciare la prossima rivoluzione. Ammesso che via sia qualcuno interessato a farla.
domenica 10 gennaio 2010
La musica che gira intorno parte 2

La musica che gira intorno parte 1
Top ten Disco club 2009
1 BOB DYLAN – Together Through Life
2 ANTONY & THE JOHNSON - The Crying Light
MORRISSEY -Years of refusal
4 MADNESS – The Liberty Of Norton Folgate
5 WILCO - The album
6 ARCTIC MONKEYS Humbug
7 ANIMAL COLLECTIVE - Merriweather Post Pavilion
8 PEARL JAM Backspacer
9 MUMFORD & SONS - Sigh No More
10 TOM WAITS - Glitter and Doom
sabato 9 gennaio 2010
Top ten 2009

1. Orchestre nationale du jazz - Around Robert Wyatt
2. Kronos Quartet – Floodplain
3. Allen Toussaint - The Bright Mississippi
4. Bob Dylan - Together through life
5. Mulatu Astake - Inspiration Information
6. Ralph Towner e Paolo Fresu - Chiaroscuro
7. Stefano Bollani - Stone In The Water
8. David Sylvian - Manafon
9. Lee Fields & The Expressions - My World
10. Vic Chesnutt – At the cut
domenica 27 dicembre 2009
Diz 'n' Bird

A pagina 318 della monumentale autobiografia di Dizzy GiIlespie – “To be or not to bop” – appena ripubblicata da minimum fax, uno dei più grandi trombettisti della storia del jazz ricorda che alla fine del 1945 si esibiva al Billy’s Berg a Los Angeles con un quintetto formato da Ray Brown, Al Haig, Stan Lewey e Charlie Parker. Poiché il proprietario gli faceva spesso notare l’assenza del sassofonista, Dizzy aggiunse Milt Jackson per presentarsi, come da contratto, sempre con cinque musicisti: ”Era il mio gruppo, il Dizzy Gillespie quintet, e Charlie Parker non era che un esponente di spicco”. Senza voler nulla togliere ad un genio un po’ troppo dimenticato (due dischi per rimediare: “Shaw ‘nuff”, registrazioni 1945-1946 ristampate da Musicraft e “Max + Dizzy In Paris 1989”, dove Max sta per Roach), molti, in quel dicembre californiano, accorrevano proprio per ascoltare Bird, colui che stava rivoluzionando il mondo del jazz. Tra i presenti, forse il più assiduo, era un musicista, figlio di un emigrante di Torre del Lago, Dino Alipio “Dean” Benedetti, arrivato in California con i “Barons of Rhythm”, il suo gruppo nel quale spiccava il trombonista Jimmy Knepper. Dean, una vaga rassomiglianza con Clark Gable, aveva scoperto Parker su un 78 giri, “Blue ‘n’ boogie” inciso il 28 febbraio 1945; da quel giorno iniziò un’ossessione che lo portò a seguirne i concerti, incidendo solamente gli assoli per risparmiare spazio, con un registratore portatile su vinile. Sono una vera e propria summa dell’arte parkeriana (spesso però al limite dell’udibilità) e, come avverte il sito della Mosaic che ne annuncia nuovamente la dal 2010, “this collection is not for dilettantes”. Per iniziare meglio “The Complete Dial Sessions”; e per la commovente storia di Dean Benedetti, morto a Torre del Lago il 20 giugno del 1957, al termine di una serie di fallimenti, minato dalla miastenia gravis, una terribile malattia che distrugge irreparabilmente i tessuti muscolari, leggete il commovente romanzo di Vittorio Giacopini “Il ladro di suoni” edito da Fandango. Un ottimo modo per iniziare il 2010.
sabato 26 dicembre 2009
lunedì 21 dicembre 2009

Le ultime parole di Nando dalla Chiesa (non abbiamo sbagliato a scrivere il ‘dalla’ minuscolo, si firma così anche sul suo blog, noblesse oblige) in veste di coordinatore alla promozione della città di Genova (dal tipo d'incarico s’intuisce che sarà un lutto difficile da elaborare) sono state in occasione della presentazione dell’offerta spettacolare per la notte del 31 dicembre. Tralasciando i grandi “eventi d’impatto visivo”, a scorrere i nomi dei gruppi musicali vengono i brividi: Marching Band Los Brutos, Marco Fusi and Ensemble, definito nel comunicato “figura emergente del jazz nostrano, non esente da contaminazioni balcaniche e arabe”, i Bit Nik con cover anni '60, '70, i Fratelli di Taglia, i Cartavetro e i Vicious. Tutta roba da far impallidire Umberto Smaila e la compagnia del Billionaire. Per gli amanti del rock niente paura: il sito ufficiale del Comune/Urban Lab comunica che sarà presente “direttamente da X-Factor 2008 il gruppo Valtellinese The Bastard Sons of Dionisio“ (peccato che i ragazzi siano della Valsugana e che il nome sia stato scelto in omaggio al dio Dioniso senza la i). No comment. Resta da capire come e perché ad un certo punto della nostra vita, improvvisamente, il Capodanno sia diventato ‘cosa pubblica’ e non più privata. Un tempo ci si organizzava con mesi d’anticipo oppure all’ultimo minuto, si riponevano speranze, puntualmente disattese, in feste danzanti, cenoni e veglioni, che terminavano all’alba in un bar a far colazione, circondati da facce assonnate e commenti senza tentennamenti: “il prossimo anno parto e torno quando tutto è finito”. Esattamente come avviene oggi; ma, allora, senza l’intervento di Comune, Camera di Commercio, Civ integrato, Parrocchia, Centro Sociale. Come se alla privatizzazione di quanto dovrebbe restare pubblico (sanità e scuola tanto per fare un esempio), si contrapponga una ‘pubblicazione’ di quanto dovrebbe essere invece privato, come il divertimento appunto. Sarà perché così è molto più facile esercitare il controllo?
mercoledì 16 dicembre 2009
Christmas in music

Vi sarete accorti che, anche quest’anno, sta arrivando Natale; poiché non è possibile sfuggire, cercate di trarne il massimo profitto segnalando ai vostri affetti più cari una lista di regali che vi farebbe molto piacere ricevere. Stiamo parlando di dischi ovviamente, per tutte le tasche e di tutte le taglie (nelle richieste considerate sempre che il regalo è proporzionale all’affetto che meritate). Sgomberiamo subito il campo da tutti quelli con la parola Christmas nel titolo; l’unico che valga la spesa è “Christmas In The Heart” dell’ineffabile Zinneman Bob in arte Dylan, una sorprendente raccolta ‘retro’ (cosa c’è di più nostalgico del Natale?) beffarda e rispettosa come solo a lui poteva riuscire. Tra i titoli che potrebbero esservi sfuggiti nel corso dell’anno, recuperate l’imperdibile “Around Robert Wyatt” dell’Orchestre Nationale du Jazz, omaggio alla musica del primo batterista dei Soft Machine; e se non avete preclusioni, ascoltate il blues – soul – garage di Don Cavalli, un parigino che con il suo primo disco, “Cryland”, ha rivitalizzato il genere come non succedeva da anni. Per doni più impegnativi, in ordine crescente, i tre cd del “Complete Commodore/Decca Masters” di Billie Holiday (solo 24,90 euro), i quattordici del “Complete Prestige” di Miles Davis (38 euro) e, sempre del più grande trombettista del dopoguerra, il monumentale “Complete Columbia Collection”, 70 cd (sì, settanta), un dvd, un libretto di 250 pagine con biografia, discografia e rare foto (sui 220 euro, che in fin dei conti non è nemmeno così tanto). Infine per gli amanti del buon vecchio e insuperato vinile, il box set di Tom Waits “Orphans” (antologia di inediti pubblicata in tre cd nel 2006): 7 lp da 180 grammi, libretto a prova di miopia e sei canzoni extra (125 euro; probabilmente non lo ascolterete mai, ma scartocciarlo e assaporarne il profumo non ha prezzo). E se qualcuno fra loro vi troverà da dire, rispondete con le parole di Midge Ure e Bob Geldof: “Hanno una minima idea del fatto che sia Natale?”
domenica 6 dicembre 2009
Il limite dei '60
Forse tutto ha avuto inizio con l’enorme successo di “2060 – American Graffiati” di Ivan Cattaneo, raccolta di canzoni anni ’60, in forma vagamente dada, pubblicata nel 1981 (a sua discolpa va detto che dopo altri due dischi di cover, il nostro, amareggiato e deluso per essere diventato solo un interprete di vecchi successi, si dedicò alla pittura). Il titolo, riferimento al film di George Lucas di qualche anno prima, ci riconduce al luogo d’origine dell’epidemia, gli States, dove però gli anticorpi punk, tipici di un organismo sano, reagirono egregiamente. In Italia invece, forse in virtù di una certa inclinazione revisionista, la diffusione della cosiddetta ‘sindrome del revival’ non si è mai estinta. Il virus, mutato geneticamente anche grazie a personaggi come Red Ronnie e Fabio Fazio, opera a 360 gradi, colpisce cinema, teatro, letteratura e ovviamente televisione, sviluppando un insano attaccamento al passato, anche prossimo, che trasforma la realtà in un incubo pervaso da un Blob appiccicaticcio, dolciastro e vagamente nostalgico. Negli ultimi anni il ‘fluido mortale’ ha prevalentemente dispiegato i suoi effetti sulla già malandata musica italiana: nel solo 2009 abbiamo avuto le “Musiche ribelli” di Luca Carboni, l’imbarazzante “Italian Songbook” di Morgan, il divertente “Combo” di Giuliano Palma, le “Fotografie” di Giusy Ferreri e il nuovo Francesco Renga, “Orchestra e voce” (di gran lunga il più interessante). Ma se torniamo indietro, troviamo anche la spocchiosa trilogia dei “Fleurs” di Franco Battiato, l’impacciato “Quelli degli altri tutti qui” di Claudio Baglioni, la riscrittura della “Beat ReGeneration” dei Pooh. L’elenco potrebbe continuare quasi all’infinito, comprendendo anche decine di dischi di jazz italiano che rimaneggiano faticosamente un successo di Mina o Battisti nella speranza di vendere qualche copia in più. Ma per un paese che naviga gioioso verso il suo iceberg, quale miglior colonna sonora di quella offerta dalla nostra musica italiana all’orchestra del Titanic?
domenica 29 novembre 2009
I geni della musica (e del marketing)

Un’ANSA del 16 novembre asserisce, sulla base di uno studio condotto dalla Nokia e dal Kings’ College London Department of Twin Research, che i geni musicali esistono. Bella scoperta: da Mozart a Thom Yorke è tutto un susseguirsi di artisti proclamati (o autoproclamatisi) geni. Ma qui si parla del gene (e non del genio), l'unità ereditaria fondamentale degli organismi viventi; a quanto pare un’analisi sui gusti musicali di circa quattromila gemelli (?) ha rivelato che le preferenze musicali sono scritte nel Dna. Brutto colpo: pensavate che quel disco dei Beatles che vi aveva prestato zio Giancarlo avesse determinato la vostra ossessione per gli Wings? Sbagliato. Avevate regalato a Roberta “A love supreme” nella speranza che servisse a qualcosa?
Tutto inutile (e infatti di lei non c’è più traccia): “Era già tutto previsto” (Cocciante, 1975). Il fattore genetico ha un’influenza maggiore – continua lo studio – “in relazione alla musica pop, classica e hip-hop”. Niente da fare, sembrerebbe, per il folk e il country (avremmo detto il contrario considerando che solo un impulso incontrollabile e ingestibile può costringere all’ascolto di Emmilou Harris), dove invece è l'educazione familiare a ricoprire un ruolo significativo (ma in quale famiglia si costringe ad ascoltare Willie Nelson?) Ma perché la Nokia si interessa a questi argomenti? Risponde Andrea Montagnini, music manager di Nokia Italia che “nonostante non si possano ricondurre le playlist al DNA, tra i milioni di brani messi a disposizione dal Nokia Music Store, si può certamente trovare la musica adatta a ogni gene”. Perfetto: basta impazzire leggendo recensioni, comprare alla cieca o sull’impulso del momento, confrontarsi con gli amici o con il negoziante di fiducia. Ora ci penseranno loro a dirci quale musica ci va a genio! “Ma s'io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto, le attuali conclusioni, credete che per questi quattro soldi, questa gloria da stronzi, avrei scritto canzoni?” (Guccini,1976. A modo suo, un genio).
lunedì 23 novembre 2009
Tom Waits, Glitter and dom live (Anti, 2009)

Non è certo incline al compiacimento il nostro Tom Alan Waits da Pomona (compierà 60 anni il prossimo 7 dicembre; auguri!): in questo terzo album dal vivo, il brano più antico è “Singapore” da Rain dogs (1985), il disco che consacrò la svolta di “Swordfish trombones”. Dei restanti sedici, sette sono dello scorso millennio (di cui tre da “Bone machine” e la sempre commovente “I'll Shoot the Moon” da “The Black rider”), gli altri sparpagliati fra i quattro dischi realizzati negli ultimi nove anni. Tuttavia questo best del tour dell'estate 2008, con una band rigorosa, ma non eccelsa (o forse solo poco autonoma), non aggiunge molto al percorso musicale di uno dei più sghembi (e imitati) menestrelli della musica rock contemporanea. Il che basta a renderlo, in ogni caso, un disco da acquistare.
domenica 22 novembre 2009
Tutta un'altra musica

“La questione non era che lui la faceva sentire incompetente, poco sicura di sé e del suo gusto. Semmai era il contrario. Lui non sapeva niente di niente e lei finora non aveva mai voluto rendersene conto. Aveva sempre pensato che l’appassionato interesse di Duncan per la musica, il cinema e la lettura fosse indice di intelligenza, ma evidentemente non era così”. È un brano tratto dal nuovo libro di Nick Hornby – Tutta un’altra musica (Guanda editore) – scrittore particolarmente caro a questo sito per i motivi che potete facilmente intuire se avete letto Alta fedeltà e Febbre a 90° (e se non lo avete fatto, sbrigatevi a farlo). Lui, Duncan, è il più grande esegeta di Tucker Crowe, misconosciuto cantautore statunitense, scomparso misteriosamente dalle scene dopo sei album, più di vent'anni fa, dopo un ultimo disco, “Juliet”, unanimemente considerato il suo capolavoro, una via di mezzo tra il Dylan di “Blood on the tracks” e lo Springsteen di “Tunnel of love”; lei è la sua compagna Annie, 15 anni passati ad ascoltare i bootleg di tutti i concerti di Crowe (tranne uno, che purtroppo nessuno ha registrato, Malmoe 1984, quando ha cantato "Love will tear us apart" dei Joy Division). All'improvviso spunta un cd, “Juliet, naked” (titolo originale del libro) con le scarne versioni demo del venerato 33 giri e tutto va all’aria. La scrittura è fluente, lo stile ironico e divertente, gli unici personaggi positivi (o con un po’ di sale in zucca) sono quelli femminili e, come in ogni libro di Hornby, c’è almeno una verità che avevamo sotto il naso e di cui non c'eravamo mai accorti. Ma per noi la rivelazione è tutta in quella pagina 56 citata all'inizio: si può collezionare dischi di ogni genere, conoscere tutto di un cantante, di un gruppo e dei suoi membri, oppure aprire un blog dedicato a un chitarrista olandese degli anni ’70 per disquisire sulla sua discografia insieme ai soli quindici altri esseri umani (molto probabilmente uomini) ai quali interessa, ed essere comunque una persona mediocre, se non addirittura un disadattato. Lo sapevate già? Probabile, ma ora è tutto nero su bianco. (A proposito: nella biografia di Wikipedia riportata nel libro l'uscita di "Naked" è datata 1986, mentre alla sezione discografia è anticipata al 1983. Refuso voluto dell'autore o grave disattenzione dell'editor?)
venerdì 20 novembre 2009
JAMES BROWN - Live At The Garden: Expanded Edition (Hip-O-Select 2009)
Partiamo dalle dolenti note: malgrado la rimasterizzazione, il risultato sonoro finale è poco più che modesto. Peccato, ma trattandosi di un’incisione dal vivo del 1967 non resta che accontentarsi. Le note liete sono, letteralmente, quelle musicali: un anno prima del secondo concerto all’Apollo theater, The Godfather of soul è all’apice della sua creatività musicale. L’energia del suo funk, la sensualità delle sue ballad, fanno vibrare il pubblico (che, caso senza precedenti, è quello raccolto di un nightclub) e, quarant’anni dopo anche il salotto di casa. La scaletta (enormemente ampliata rispetto al disco originale) raccoglie tutti i successi di Mr. Dynamite eseguiti da una band indemoniata, ma “Try me” con la voce rotta di Brown, sbeffeggiata dal violino di Richard Jones vale da sola l’acquisto.
mercoledì 18 novembre 2009
Darwin, Parker e le canzoni d'amore
domenica 15 novembre 2009
Paolo Fresu – Bojan Z. 14 novembre 2009 Monza, Teatro Villoresi

All’interno di Lampi, “una rassegna di teatro musicale senza confine di genere” organizzata dal 2003 dall’associazione culturale Metamorfosi per il Comune di Monza (tra gli ospiti di questi anni Mario Brunello, Vinicio Capossela, La Crus, Stefano Bollani, Gianmaria Testa, Giovanni Venosta, Giovanni Falzone) esibizione estemporanea del duo Paolo Fresu - Bojan Zulfikarpasic. Il trombettista di Berchidda e il pianista serbo da molti anni residente a Parigi, si frequentano già da qualche tempo, ma molto raramente in Italia e soprattutto, per ora, senza alcun resoconto discografico. il piccolo Teatro Villoresi, trecentocinquanta posti circa, è al completo: si apre con Fresu al flicorno e Bojan Z. al pianoforte (il Fender rimarrà sullo sfondo per tutto il concerto, utilizzato in un paio di brani e sempre in contemporanea all’acustico) con un trittico di composizioni di quest’ultimo, tra cui il ritmo latineggiante di “Julio's Blues. Il pianoforte è molto concreto e materico, in evidente contrapposizione e integrazione con lo stile aeriforme (a volte reso ancor più trascendente dal consueto utilizzo dell’elettronica) della tromba. Anche i brani seguono lo stesso incedere e quando tocca alle composizioni di Fresu (“Ninna Nanna per Andrea”, “Inno alla vita”) la riflessione prende il posto dell’energia; che fa ritorno con la turcomanna “The Joker” (da "Transpacifik", disco Label Bleu del 2003), il brano che a suo tempo fece scattare nel trombettista il desiderio di suonare con Bojan Z. Conclusione con tre bis, tra cui una toccante “Fellini” e l’unico standard proposto nel corso della serata, “Everything Happens To Me”. Il prossimo appuntamento è il 15, 16 e 17 gennaio con Giovanni Falzone electric quartet e il suo progetto su Jimi Hendrix
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