lunedì 14 febbraio 2011

... del bel paese là dove 'l sì suona


Non ci sono né Gaber (“io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono”), né Fabri Fibra ("voglio andare in Inghilterra, in Inghilterra sei al verde avrai un sussidio, in Italia sei al verde io non t’invidio”), ma nemmeno “Azzurro” e “Volare” che pure ben avrebbero rappresentato un’Italia che ancora credeva nei sogni. Stiamo parlando del Festival di Sanremo e della serata di giovedì 17 febbraio, Nata per unire,

dedicata ai 150 anni dell'Unità (dove avrebbero dovuto esserci l'inno partigiano “Bella Ciao” e quello fascista “Giovinezza”; ma, come ha affermato candidamente Gianni Morandi, “per non scontentare abbiamo deciso di toglierle tutte e due”). Quattordici canzoni, interpretate dai big in gara, scelte con criteri dettati dal più classico cerchiobottismo all’italiana, quasi un Manuale Cencelli della canzonetta, che ha ovviamente tagliato fuori una buona metà del paese (quella che davvero ascolta musica e che non guarda Sanremo). Vediamo le scelte e cerchiamo di comprenderne i reconditi motivi: si parte, in ordine cronologico (non sappiamo quello di presentazione al pubblico) dal 1842 con il “Va' pensiero” di verdiana memoria, che se pur cantato dagli Ebrei prigionieri in Babilonia è ormai l’inno ufficiale dell’Italia leghista (intona Al Bano, unico tenore leggero disponibile). Sempre a meta del XIX secolo si colloca “Addio,mia bella, addio”, inno patriottico per eccellenza (già remixato all’epoca da imboscati e disertori che cambiavano la terza strofa in “Addio mia bella addio,
che l’armata se ne va e però non parto io, ché invece resto qua”), scelto sicuramente per compiacere il ministro della Difesa La Russa (interpreta Luca Barbarossa, da sempre vicino al PD, per rimarcare che anche la sinistra è vicina ai nostri soldati). Sempre a metà ottocento risale “Mamma mia dammi 100 lire” (Max Pezzali),
un canto di emigrazione nato probabilmente in Veneto, molto diffuso in tutta l'area padana, ancora un gentile omaggio al fido alleato leghista. Del 1898 è invece “'O sole mio” di cui c’è poco da dire: scelta per compiacere forse Alessandra Mussolini o forse la vecchia DC di Rotondi, certamente tutto l’elettorato meridionalista in genere (canta Anna Oxa, di salde origini albanesi, perché terroni ed extracomunitari li rispettiamo entrambi). Nel 1915 Aniello Califano e Enrico Cannio scrivono “'O surdato 'nnammurato”, tono allegro e spensierato per la triste descrizione della vita di un soldato al fronte durante la Prima guerra mondiale, che soffre per la lontananza dalla donna di cui è innamorato. Ancora La Russa, magari in visita alle truppe italiane in Afghanistan. (Stendiamo un velo più che pietoso sul fatto che la canterà Roberto Vecchioni). Arriviamo al ventennio con “Parlami d'amore Mariù” (La Crus: era proprio necessaria la reunion?), resa immortale dalla voce di Vittorio De Sica, che la interpretò nel film “Gli uomini, che mascalzoni” di Mario Camerini. Siamo in piena era dei telefoni bianchi (lo status symbol del periodo); non ancora intercettati però, e qui il pensiero vola ai mille problemi del nostro Primo ministro con tutte le Mariù dei nostri giorni. Ancora ventennio con Patty Pravo (da non credere eh?) e “Mille lire al mese”, probabilmente voluta da Tremonti (ma a Confindustria e Marchionne non dispiacerebe, con l’inevitabile adeguamento in euro). Con “Mamma”, cantata all’epoca da Beniamino Gigli (e qui dalla neo-mamma Anna Tatangelo: lacrime a non finire) arriviamo al 1940; per la venerazione verso l’illustre genitrice del nostro premier non sembrano esserci dubbi sui motivi della scelta. Improvvisamente si salta di altri vent’anni ed ecco “Il cielo in una stanza”, l’amore bohémien con la canzone forse più celebre di Gino Paoli, parolata da Mogol, che in prima serata a Sanremo promette una bella mitragliata di SIAE per i due autori (Giusy Ferreri, speriamo non si lamenti come suo solito). Sei anni dopo ed è “La notte dell'addio” forse un monito per Fini, forse un regalo all’euro-parlamentare PDL Iva Zanicchi per una canzone di cui tutto si può dire, ma non che abbia fatto la storia d’Italia musicale (a cura del redivivo Luca Madonia con Franco Battiato). Del 1971 è “Here's to you” scritta da Ennio Morricone per i titoli di coda del film di Giuliano Montaldo “Sacco e Vanzetti”, dove la cantava Joan Baez: vocazione pacifista e cattolica (Modà-Emma). Ancora un Mogol, annata 1972, quando, appena separato dalla moglie, incontra il nuovo amore e lo consacra con “Il mio canto libero”, evidente anelito divorzista (arriverà qualche anno dopo in Italia), ma che testimonia anche di una destra laica che certo non vuol tornare indietro ai tempi dell’oscurantismo clericale. Il monumento alla paraculaggine è inconfutabilmente Davide Van De Sfroos con Viva l'Italia”: il cantautore, in passato al centro di polemiche per il dialetto lumbard e la sua presunta vicinanza alla Lega, si confronta con De Gregori (e cosa può dire qui la sinistra?) e la canzone che accompagnò i congressi del PSI per tutto il quindicennio di gestione craxiana. Omaggio inevitabile al leader maximo (del quale anche lo stesso De Gregori ha nostalgia: "se ripenso a Craxi credo che intellettualmente sia molto superiore a tanti politici di oggi”). Infine il titolo che più di ogni altro non rappresenta l’Italia (che evidentemente non è stata ancora fatta), ma “L'italiano”, in particolare quello fatto da sé: sarà
Tricarico a urlare a squarciagola, probabilmente con tutto l’Ariston in coro, quelle che potrebbero essere le parole pronunciate da Silvio Berlusconi di fronte ai giudici (se mai un giorno ci si troverà davanti): “Lasciatemi cantare
con la chitarra in mano,
lasciatemi cantare
una canzone piano piano.
Lasciatemi cantare,
perché ne sono fiero:
sono un italiano, un italiano vero”. Un’arringa difensiva al quale nessuno potrà resistere. E via, tutti in coro, per l’inno di Mameli finale. Il resto ovviamente è noia. No, non ho detto gioia.

lunedì 7 febbraio 2011

Sono solo canzonette


La consueta classifica annuale dei frequentatori del negozio e dei lettori del sito di Disco club ha visto trionfare l’inutile disco degli Arcade fire seguito da Beach House, National e Roky Erickson. A niente sono valse le richieste, più che motivate, di introdurre classifiche specifiche per generi, che avrebbero permesso visibilità a dischi meritevoli, ma che non dispongono dell’appeal ‘mediatico’, di un consenso generalizzato o trasversale necessario a entrare tra i piani alti della lista. Niente da fare, l’istanza è stata rintuzzata senza pietà, in ossequio a quel pensiero unico che da sempre pervade la comunità di cui sopra: unico il pensiero, unica la classifica. Niente a che vedere con gli Stati Uniti, il paese dove tutto è possibile, dove domenica 13 febbraio alle 20 (ora di Los Angeles) avrà inizio la cerimonia di premiazione dei Grammy Awards 2011, quelli che tutti per brevità chiamano gli Oscar della musica. Qui le categorie sono centonove (109), tra cui si segnalano una per le migliori note di copertina, una per i migliori box, una addirittura per il “Best New Age Album”, un genere di cui nessuno serbava ricordo e rimpianto (a una profonda analisi però, le categorie si riducono a centootto - 108 - perché nel 2010 il “Best Regional Mexican Album” non sarà attribuito per mancanza di concorrenti. Pazienza). Senza fare previsioni (chi è davvero in grado di sapere cosa pensano gli americani di musica, cinema e politica estera?) scorriamo alcune categorie: nel disco dell’anno troviamo sempre gli Arcade fire, presenti anche nel “Best Alternative Music Album” (ecco la cinquina completa: Band Of Horses, The Black Keys, Broken Bells, Vampire Weekend), oltre a un quartetto impresentabile composto da Eminem, Lady Gaga, Kate Perry e Lady Antebellum (due uomini e una donna, fanno country e ciò vi basti). Nel jazz la situazione non migliora: i candidati in lizza sono The Stanley Clarke Band, Joey DeFrancesco, Jeff Lorber Fusion, John McLaughlin, Trombone Shorty (vengono da New Orleans, ma sembrano i Raydio di Ray Parker jr.; se non sapete chi è, non indagate). Anche qui bisogna spulciare tra le tante righe per trovare “Historicity” di Vijay Iyer (il mio disco dell’anno) o Keith Jarrett (ma per il solo di “Body and soul” e non per l’intero “Jasmine”). Insomma la situazione è plumbea un po’ ovunque e anche l’estrema specializzazione non garantisce un livello qualitativo nella varietà proposta, a dimostrazione che il pensiero unico finisce per essere davvero un pensiero totalizzante. Non resta che fare da sé, ascoltando in giro e scegliendo quello che più ci aggrada, senza lasciarsi andare alla solita litania che non si sa dove ascoltare la buona musica: in rete tra YouTube, MySpace e le radio specialistiche (per gli amanti del jazz segnatevi questa per esempio: http://www.jazzradio.com/) c’è solo l’imbarazzo della scelta. Se poi sceglierete gli Arcade fire (che magari vinceranno anche un Grammy), peggio per voi; ma in fondo sono solo canzonette.

lunedì 31 gennaio 2011

L’importante è finire


Pur leggendo scrupolosamente il faldone delle intercettazioni e delle deposizioni, le dichiarazioni e le smentite, gli editoriali e gli articoli di fondo, i dibattiti televisivi e i tg, alla fine il dubbio resta: ma nelle serate di Arcore, quale colonna sonora faceva da sottofondo allo sfrenato Bunga Bunga del Basso Impero berlusconiano? Girellando sul web, ascoltando la radio, occhieggiando le tv, in molti si sono cimentati, con prevedibile successo in cover con il testo leggermente modificato, che ironizzano su quanto accadeva nelle feste stile “Eyes wide shut de noartri”. Nessuno ha però sollevato la decisiva questione di cui sopra; ce ne facciamo carico noi, con una serie di ipotesi che ci guideranno man mano verso l’accertamento della verità. Innanzitutto partiamo dalla domanda basilare: si ascoltava musica durante quelle serate? Certamente sì: siamo a conoscenza del passato di crooner da crociera del premier e sappiamo anche del suo sodalizio artistico con Michele Apicella, foriero di brani memorabili quali “Se tu non fossi tu”, “Ma se ti perdo”, “Quann 'o core”, “Stay with me”, “Tempo Di Rumba”; ma non crediamo fossero questi, a parte forse l’ultimo, i titoli proposti nel corso di quelle notti bollenti. Partiamo dall’altro dato sicuro in nostro possesso: l’età dei partecipanti di sesso maschile è piuttosto alta, il loro vissuto e il loro immaginario (ammesso che ne abbiano uno) è certamente quello degli anni ‘60. Il Resident DJ di Arcore è uomo navigato, che ben conosce le abitudini e i desideri dei suoi ospiti (le ragazze molto probabilmente sull’argomento - come su molti altri - non hanno voce in capitolo). Quando ancora nel salone si aggirano solo camerieri e maggiordomi, forse arrischia qualcosa di Otis Redding o Marvin Gaye; ma quando cominciano ad arrivare gli invitati si passa ad una ‘lounge music’ di sottofondo, ottima per le chiacchiere di riscaldamento su prezzi e prestazioni. All’entrata dell’ospite parte l’inno di Forza Italia (sempre meglio ribadire, in tempi incerti come questi, in cui il voto potrebbe arrivare da un momento all’altro) accolto da applausi, che sfumano lentamente; si passa ad una programmazione prevalentemente italiana, il Peppino Di Capri di “Roberta”, Fred Bongusto, il Califano di “Tutto il resto è noia”. L’atmosfera si scalda: arriva un microfono per il Cavaliere, che parte con un suo cavallo di battaglia, “Ne me quitte pas” (e chi ha orecchie per intendere intenda). Qualcuno si alza dai tavoli, facendo ampi gesti verso il dj, invocando la “Lambada”, buona per lo struscio d’approccio; qualcun’altro si sposta sopra i tavoli per “Twist and shout” (sempre in versione Di Capri), poi è la volta di “Disco Samba” dei Los Joao, per un trenino sudato e alticcio che porta dritti dritti nelle camere da letto. Il personale comincia a sgombrare le macerie, nel salone non c’è quasi più nessuno, è il momento dei lenti, la voce di Mina regna sovrana: “Adesso arriva lui, apre piano la porta, poi si butta sul letto…e poi e poi e poi e poi, spegne adagio la luce, la sua bocca sul collo, ha il respiro un po' caldo, ho deciso lo mollo, ma non so se poi farlo, o lasciarlo soffrire, l'importante è... finire”.

Se qualcuno desidera la compilation musicale delle serate nella villa di Arcore può richiederla alla mia mail; gli sarà inviato il link segreto per il download, ovviamente illegale. E che qualche giudice si provi a indagarci!

lunedì 24 gennaio 2011

I pericoli del web


Il mio blog ha due lettori fissi, la mia amica Marina, che vive a Boston e ha nostalgia di questo rottame di paese e Marco Cannibal kid, che non sono sicuro di aver capito chi sia. Dalla maggior parte dei miei lettori (sempre che la maggior parte non siano questi due, ma vogliamo essere fiduciosi) raramente arrivano riscontri o commenti, se non talvolta a voce quando li incontro da qualche parte; ma va bene, perché anch'io farei così. Però, in 75 numeri di questa sconclusionata rubrica, credo di aver dato un'idea della musica e del mondo che mi parrebbe e mi piacerebbe. Invece, dopo l'ultimo scritto dedicato alla scomparsa della recensione dalle pagine della rivista XL (rivelatasi temporanea, ma ne parleremo in occasione dell'uscita di febbraio dell’inserto di Repubblica), trovo addirittura due commenti: uno di Marco, ironico, l'altro di un anonimo che mi scrive: "Ciao, vorrei segnalarvi che Matteo Macchioni, un tenore che ha partecipato nel 2010 ad ‘Amici’ ha appena fatto uscire il suo singolo ‘Trasparente’, scritto da Pacifico. Potete ascoltarlo qui: www.youtube.com/watch?v=_g42QLsOVNM&N”. Sorvolando sull’immotivata mancanza di firma, non mi perdo d’animo e vado su YouTube pensando che la parola ‘tenore’ e la parola ‘Amici’ non devono condizionarmi. E poi Pacifico ha scritto anche belle canzoni; ma soprattutto, vista la rarità di commenti, non voglio credere che l’anonimo che ne ha lasciato uno (il 50% del totale), sia arrivato sul mio sito per puro caso, senza degnare di uno sguardo uno dei miei post, le recensioni che sono lì in bella vista di lato o gli elenchi dei dischi preferiti dell’anno e di ogni settimana. Il video parte: Gerry Scotti (ahia!) lo presenta mentre le telecamere inquadrano i genitori piangenti di una bambina che ha appena cantato. Macchioni siede al pianoforte, sembra appena uscito da un parrucchiere che ha esagerato col whisky, completo grigio con cravatta e camicia in tinta, inizia la sua esibizione: “Distratta sei, bellissima, guardami se puoi, arrendersi, cadere giù, io ci sarò per te”; qui arriva un accenno tenorile, parte l’orchestra con profluvio di violini (scopriremo che sono opera di Vincent Mendoza) e il brano si trascina per tre minuti e ventiquattro secondi senza alcun motivo plausibile. Improvvisamente comprendo i rischi e i pericoli che si nascondono nei meandri della ‘rete’; riguardo il mio blog con i due solitari commenti e decido di lanciare un appello: Anonimo, perché l’hai fatto?

giovedì 20 gennaio 2011

DISCHI ACQUISTATI PIU' O MENO LEGALMENTE O ASCOLTATI PIU' O MENO SBADATAMENTE TRA IL 7 E IL 20-1

Tor Lundvall Ghost Years
Amos Lee Mission Bell
Roky Erickson with Okkervil River True Love Cast Out All Evil
Scott Colley Empire
Janelle Monae he ArchAndroid
Vasco Rossi Ma cosa vuoi che sia una canzone
Colin Vallon, Patrice Moret, Samuel Rohrer Rruga
Gang Of Four Content

lunedì 17 gennaio 2011

XL: la musica è finita


L’edicolante me lo porge insieme a Repubblica; per una volta accetto l’inserto volentieri, anche se in copertina l’ovale di David Bowie post Ziggy Stardust (sguardo patetico e, forse all’epoca, ambiguo) non invita certo alla lettura. Si tratta del numero di gennaio di XL, il mensile ‘giovane’ del gruppo Editoriale L’Espresso s.p.a., un colosso che comprende quotidiani, settimanali, radio (Capital, DeeJav) e anche un accenno di TV, nel poco etere rimasto disponibile. Lo sfoglio distrattamente scorrendo la posta dei lettori, le ultime da New York, Londra e Berlino (la città cool del momento), gli editoriali delle firme di pregio: Bruce Sterling, Carlo Lucarelli, Niccolò Ammaniti, Mika, Carmen Consoli, il Trio Medusa. Poi parte la sezione Volume, che contiene classifiche, film, fumetti, libri, videogame e in ultimo Glam, la parte del giornale dedicata al fashion. Fine. A parte il profluvio di termini anglo-sassoni e la mancanza della basilare rubrica dello psicologo, sembra tutto normale. Almeno all’apparenza. Qualcosa non torna però. Lo risfoglio tutto, partendo dal fondo. Scopro la rubrica dei motori, che mi era sfuggita, ma non è certo lei che allevia un disagio cui non so dare risposta. Mi soffermo sulla recensione del bellissimo libro dedicato alle copertine black anni ’70 (Funk & Soul covers, Taschen, 29,99 euro: consigliatissimo) e vengo fulminato da un’illuminazione: in XL ci sono i protagonisti (rigorosamente divisi per pubblico: Bowie dedicato ai suoi coetanei sessantaquattrenni, i Grunge years per i trentacinque-quarantenni, i White Lies e i Quintorigo con Juliette Lewis per i ragazzi di oggi), ci sono le canzoni, i video, la playlist (sempre curiosa, di Emiliano Corretti), le copertine, le foto, ma mancano i dischi. Lo riguardo dall’inizio, ancora una volta: leggo ancora qualche articolo, ma non trovo traccia dello ‘scuro’ oggetto desiderio: il disco e non nel senso del vinile, figuriamoci, è scomparso o, per essere più precisi, è svanita nel nulla la recensione. Da sempre erano quelle venti/trenta righe a rappresentare il vero fulcro attorno al quale ruotava la rivista musicale, fosse Ciao 2001, Gong o Muzak, il luogo dove si consumavano misfatti, si collezionavano topiche, si scoprivano talenti, le prime pagine ad essere febbrilmente sfogliate per scovare il disco che avrebbe cambiato la nostra vita. Ora tutto questo non c’è più. Certo, in molte altre riviste la recensione continua a imperare, anzi le pagine dedicate si sono addirittura moltiplicate; ma se l’inserto musicale del principale quotidiano italiano decide di rinunciare alla recensione del disco/cd vuol dire che omai la musica si è definitivamente smaterializzata, ritornando in fondo alla sua dimensione originaria. Riprendo XL in mano; in una delle prime pagine, vicino al colofon, dove stanno i nomi di quelli che la rivista la fanno (ciao Flavio), c’è la pubblicazione delle sentenze della Procura di Roma contro Mansour Sambon, Modou Sow, Ndiaye Mamadou, Sow Thierno. Arrivati tutti dal Senegal, sono stati giudicati e condannati per aver venduto cd falsi: è l’unica traccia rimasta del nostro amato oggetto; per le recensioni invece, rivolgersi altrove.

venerdì 14 gennaio 2011

DISCHI ACQUISTATI PIU' O MENO LEGALMENTE O ASCOLTATI PIU' O MENO SBADATAMENTE TRA IL 7 E IL 14-1

The Ramones Brain Drain
Pearl jam Live On Ten Legs
Greg Allman Low country blues
Thurston Moore Suicide Notes For Acoustic Guitar
Maria Taylor Lady Luck
Asa Beautiful Imperfection
Jan Bang And Poppies From Kandahar
Punkt Crime Scenes
Who Who’s next (deluxe edition)
Original soundtrack I’m not here

martedì 11 gennaio 2011

Io e te (dove non si parla di Gianna Nannini e la figlia Penelope Jane, ma del suo nuovo disco)


Arrivo in ritardo, un dirigente della Sony sta già parlando, ovviamente con toni entusiasti, del disco che tra poco ascolteremo in anteprima, frutto di un periodo di 'straordinaria creatività' di Gianna. Applausi e urla dal secondo settore del Teatro Elfo/Puccini di Milano che ospita l'evento, quello in cui sono sono stipati i fan della community. Il primo è riservato ai media, anche se si mormora che alcune interviste siano date ad personam nel backstage e tra gli eletti si fa il nome di Signorini. Alle 11.10 si spengono le luci, quelle del secondo settore, il primo resterà illuminato per permettere ai giornalisti di scrivere. O di essere beccati se parlottano o si addormentano. Sul maxi-schermo una maxi-fotografia della Nannini, giubbotto di pelle, jeans con l'elastico, maglietta sollevata a mostrar la pancia che fu (ma la maternità non è argomento di conversazione ci diranno più tardi, la signora Nannini "è stata attaccata per aver strumentalizzato il suo lavoro a fini promozionali": un lapsus interessante, se si considera che il singolo ha l'ecografia di Penelope Nannini in copertina, mentre l'album porta la foto di cui sopra). Parte il primo brano e con lui i disegni, sulla foto, opera di Michelangelo Pistoletto, tanti ovali con due cerchi adagiati e un puntino al centro. Una linea lega tutti puntini e transita per l'ombelico della Nannini; ma sbagliate a pensare che c'entri la sua maternità. Il disco lo ascoltiamo per intero, mentre sull'immagine immobile continuano a gironzolare gli ovuloni di Pistoletto: undici brani che parlano tutti inderogabilmente d'amore, con frasi che sembrano uscite dritte dritte dai miei diari di terza media. Arrangiamenti monotoni del mago Will Malone che dà il meglio di sè nella cover di "Volare", resa con un zum-pa-pa di fondo e chitarre rock. Alle dodici in punto la musica finisce, si riaccendono le luci e arriva lei, intabbarata in un mantello che ruota teatralmente, getta per terra, rimanendo in smoking e camicia bianca. Entra una poltrona e partono le domande dei soliti giornalisti, poco più noiose e prevedibili delle canzoni. E le risposte non sono da meno, nonostante il cipiglio ribelle della Gianna che arriva a dire che "non bisogna pensare a destra e sinistra, se no non si viene a capo di niente". Salvo aggiungere che lei è comunque a favore delle differenze. In mezz'ora è tutto finito con un'ultima notazione sulla prossima tournée: inizierà da Milano a fine aprile e sarà preceduta da un evento privatissimo con il battesimo di Penelope da parte di alcuni padrini e madrine vip i cui nomi sono, per ovvi motivi, segretissimi. Ma non crediate che questo c'entri con la maternità della Nannini. Arrivano le rose dei fan con tanto di biglietto letto senza troppa convinzione, poi lentamente il teatro si svuota verso il buffet dove lei non ci sarà. Forse è l'ora della pappa: ma questo non c'entra con la presentazione del disco.

lunedì 10 gennaio 2011

Scrivere in musica: Sunset park



Benché uno dei protagonisti sia il batterista dei Mob Rule, un “roco, dissonante, improvvisato” gruppo (alla Lounge Lizard) che raccoglie in media due o tre date al mese, non c'è molta musica nell'ultimo, meraviglioso libro di Paul Auster, “Sunset Park”. Il romanzo ha inizio a Miami, in Florida, dove Miles Heller si è autoesiliato per un drammatico evento della sua infanzia, ma presto l'azione si sposta a New York, nell'amata Brooklyn di Auster (e Lou Reed tanto per fare un nome), intorno ad una casa occupata abusivamente nei pressi del cimitero di Green Wood. Ma quello che importa qui non sono le vicende dei protagonisti, che per le più disparate congiunture e circostanze si trovano intrecciate tra loro, quanto il fatto che il romanzo sia strutturato (o almeno, a noi piace pensarlo) come una grande suite jazz, divisa in quattro parti, per un gruppo di sette elementi. Il leader è sicuramente Miles (‘nomen omen’) Heller, che introduce la vicenda (il tema) per le prime cinquanta pagine. Poi tocca al batterista, Bing Nathan, che nel secondo capitolo, dopo un assolo di presentazione, duetta a turno con gli altri strumenti, Alice Bergstrom, Ellen Bruce e con lo stesso Heller. Nella terza parte è la volta di Morris Heller, il padre di Miles (Dewey Redman con il figlio Joshua? O Ellis Marsalis con Wynton?) fino alla lunga chiusura finale della parte conclusiva in cui a turno gli interpreti, con la novità della madre di Miles, Mary-Lee Swann, riprendono il tema per svolgerlo e portarlo a compimento. Trattandosi di Auster, l’idea melodica di fondo è quella di molti altri suoi libri: il caso come impareggiabile e decisivo artefice dei nostri destini (un suo romanzo del 1990 si intitola non a caso “The Music of Chance”), un avvenimento fortuito che cambia completamente la direzione di una vita, coinvolgendone e a sua volta modificandone altre. Come accade a volte nel jazz, dove l’improvvisazione durante un assolo può condurre il musicista (e di conseguenza tutto il gruppo) verso rotte inedite e inaspettate. Trovate voi il disco con il quale accompagnarvi nella lettura di questo libro; oppure sceglietelo a caso, potrebbe rivelarsi la soluzione migliore.

venerdì 7 gennaio 2011

Why Did We Have To Part


Il nuovo brano di Marianne Faithfull lo trovate qui in download gratuito e legale: http://www.megaupload.com/?d=0ZICMPNO

mercoledì 5 gennaio 2011

DISCHI ACQUISTATI PIU' O MENO LEGALMENTE O ASCOLTATI PIU' O MENO SBADATAMENTE TRA IL 30-12 E IL 7-1

Daft Punk Tron legacy
Stefano Bollani Falando de amor
Stefano Bollani I'm in the mood for love
Gotan project Tango 3.0
Marc Almond Varieté
Tindersticks Live In London 2010
Michel Portal Bailador
Marianne Faithfull Why Did We Have To Part
Moby iTunes Live from Montreal
Anika Anika
Brian Eno Small Craft on a Milk Sea
Jimi Tenor and Tony Allen Inpiration information

lunedì 3 gennaio 2011

Due o tre cose per il 2011


La vera questione è: ci rende uomini migliori sapere che Tommy Bolin diventa il chitarrista dei Deep Purple alla dipartita di Richie Blackmore nel 1975? E che proprio Bolin è l'autore di un fantasmagorico assolo in un disco di Billy Cobham? Quel Cobham che nel 1969 partecipa alle sessioni di un capolavoro di Miles Davis, giusto vent’anni dopo che questi aveva firmato alcune meraviglie del bop insieme a Charlie Parker? La risposta è certamente no, la conoscenza musicale non ci rende migliori (e anche provando a cambiare la materia in esame - dalla musica passate alla letteratura, alla pittura, all’architettura, al cinema, al web 2.0 - la situazione non cambia). D’altra parte pensate a quante persone spregevoli conoscete con un enorme bagaglio di nozioni musicali (o letterarie o artistiche o …) e non si potrà che condividere questa riflessione. Ampliando il concetto agli stessi artisti, il quadro globale non cambia: magari Cobham (che ho solo sfiorato ad un mediocre concerto al cinema Universale di Genova negli anni ’80 e di cui non conosco la vita privata: questo è solo un esempio), è un potente e talentuoso virtuoso della batteria, ma ha la brutta abitudine di picchiare le donne (e con quelle braccia…!). Oppure Tommy Bolin ha sempre omesso nella sua dichiarazione dei redditi i proventi derivati dalle sue sessioni con i Deep Purple. (Per evitare grane legali, mi limito a esempi, assolutamente arbitrari e privi di fondamento, fuori dall’Italia, ma è facile immaginare come traslare al Bel Paese quanto detto fino ad ora). La prima questione ci conduce ad una seconda domanda: ma perché lo Stato, quindi la comunità, vale a dire noi, dovrebbe finanziare la cultura nei suoi più disparati aspetti? Perché, direbbero in molti, pur non rendendoci migliori, rende la nostra vita migliore. Certo, non quella di tutti e non allo stesso modo. Probabilmente un concerto di Richie Blackmore sponsorizzato dal Comune di Genova lascerebbe buona parte della popolazione indifferente, contribuendo alla gioia di un ristretto numero di persone (tra cui l’organizzatore del concerto che ovviamente gestirebbe l’evento come un fatto privato, pensando al suo rendiconto). Allo stesso modo però “L’elisir d’amore” di Donizetti al Carlo Felice o una mostra come “Mediterraneo
da Courbet a Monet a Matisse” a Palazzo Ducale potrebbero passare senza lasciar traccia su centinaia di migliaia di persone (ma, forse, con il plauso di albergatori e ristoratori che avrebbero qualche turista in più). Allora la domanda diventa: chi decide cosa finanziare e perché? In attesa della risposta, riascoltatevi i Deep Purple di "Come taste the band" con Tommy Bolin alla chitarra in una fiammante deluxe edition; oppure “Spectrum” di Billy Cobham, seguito immediatamente da “Bitches brew” di Miles Davis, magari nella monumentale versione che vi sarete fatti regalare per Natale. Non sarete uomini migliori, ma la vostra vita vi sembrerà migliore… (continua)

mercoledì 29 dicembre 2010

DISCHI ACQUISTATI PIU' O MENO LEGALMENTE O ASCOLTATI PIU' O MENO SBADATAMENTE TRA IL 22 E IL 29 -12

Gorillaz The fall
AA. VV. Viaggi interstellari a bordo di limoni volanti
The Smiths Unreleased Demos & Instrumentals
Maxence Cyrin Novo piano
Medeski Martin & Wood The Stone-Issue Four
Kanye West My Beautiful Dark Twisted Fantasy [Dirty]
Flora Purim Encounter
Enrico Rava Ran Blake Duo en noir
Suzanne Vega Close-Up, Vol 1, Love Songs
The Black Keys Brothers
Lionel Loueke Mwaliko
Danilo Rea Piano Works X- A Tribute To Fabrizio De André At Schloss Elmau
Gil Scott-Heron I’m new here (deluxe edition)
Gonjasufi A Sufi And A Kil
ler

lunedì 27 dicembre 2010

I migliori album 2010 per me


VIJAY IYER, Solo
GIL SCOTT HERON - I'm New Here
NEIL YOUNG - Le Noise
PAUL MOTIAN, Lost In A Dream
YOUN SUN NAH, Same Girl
MYCALE, The Book Of Angels Volume 13
ISOBEL CAMPBELL & MARK LANEGAN, Hawk
LYDIA LUNCH, Big Sexy Noise
ANTONY AND THE JOHNSON, Swanlights
GOTAN PROJECT, Tango 3.0



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domenica 26 dicembre 2010

Racconto di Natale

Un Natale di molti, molti anni fa. Qualche giorno prima della fatidica data, mio padre mi porta in un enorme negozio di giocattoli, forse addirittura un grossista, dalle parti del quartiere di San Fruttuoso, vicino alla mia prima scuola elementare. Ho qualche vago ricordo degli scaffali stracolmi di giochi, di papà che mi guida, a sua volta intimorito, tra centinaia di possibili regali. Non ricordo bene il momento della scelta, ma ricordo perfettamente la pianola regolarmente impacchettata sotto l’albero, l’attesa della mattina del 25 e poi la delusione: la tastiera, probabilmente una Bontempi agognata su qualche pagina di Topolino, non funzionava. Due giorni dopo eravamo di ritorno nel negozio, ma le tastiere nel frattempo erano finite: impossibile aspettare e così optammo per un calcio-balilla, che per un bambino di sette anni, benché figlio unico, aveva il suo innegabile fascino. Questa storia, sepolta per molti anni in quel che resta della mia memoria, è riapparsa quando mi sono deciso a rispondere alla domanda che mi sono sentito spesso rivolgere in questi anni. “Ma non suoni nessuno strumento?”. Fino ad allora la mia replica standard, un secco e asciutto no, a volte seguito dalla ripetizione della domanda, ma in prima persona e senza la congiunzione avversativa, non prevedeva infatti alcun tipo di spiegazione. Poi con il tempo ho provato a cercare, almeno con me stesso, un plausibile motivo: mi rendo perfettamente conto che far ricadere la mia incapacità, su quel lontano e sventurato acquisto è una soluzione di comodo, indegna di una persona ormai adulta e con una collezione di migliaia di dischi. Ma riconoscerete il fascino notevolmente maggiore di ammettere che, forse, semplicemente non m’interessava suonare; e soprattutto la possibilità di non confessare di non avere probabilmente alcun talento.





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mercoledì 22 dicembre 2010

DISCHI ACQUISTATI PIU' O MENO LEGALMENTE O ASCOLTATI PIU' O MENO SBADATAMENTE TRA IL 15 E IL 21-12

Vijay Iyer & Rudresh Mahanthappa Raw materials
Jimmy Smith Respect/Livin' It Up
DJ Shadow Endtroducing… de luxe edition
Elliott Murphy Elliott Murphy
Alicia Keys The element of freedom (Japanese edition)
The Decemberists The King Is Dead
Lelio Luttazzi I successi
Deep Purple Come Taste the Band (35th Anniversary Remastered)
Paolo Conte Tournée 2
Nick Drake Pink moon
Clyde McPhatter and the Drifters White christmas
Bob Dylan Christmas in the heart
Aimee Mann One more drifter in the snow

lunedì 20 dicembre 2010

I have a dream


Sono solo tre anni, era il 14 ottobre 2007, ma sembra passato un secolo: alla Fiera di Rho, alle porte di Milano, il presidente del Consiglio Romano Prodi, al termine del discorso tenuto durante l'assemblea costituente del Partito Democratico invitava il sindaco di Roma a salire sul palco per l'investitura a segretario. Walter Veltroni, visibilmente commosso, era accompagnato dalle note di 'Mi fido di te' di Lorenzo Cherubini in arte Jovanotti ("cosa sei disposto a perdere, eh mi fido di te, mi fido di te, cosa sei disposto a perdere": non lo sapevamo, ma eravamo disposti a perdere tutto). Passavano solo diciassette giorni e sul sito www.veltronipresidente.it già si affacciava, sotto le sembianze di un semplice post redazionale, un atroce dubbio: "se, come crediamo, nelle parole cantate ci si può identificare col cervello e con il cuore, 'La storia siamo noi' di Francesco De Gregori potrebbe diventare l'inno del nuovo Partito Democratico". L'intervento continuava citando il testo ("nessuno si senta escluso") terminando con un afflato poetico che potrebbe far attribuire l'intervento allo stesso leader maximo: "La storia è nostra come la politica ci appartiene, ma l'inesplicabile superficialità dei nostri tempi ci fa continuare a vivere nell'indifferenza, sorretti dalla speranza, anzi dall'illusione, che le cose non ci tocchino mai veramente da vicino". Tuttavia, trattandosi di un partito e per di più democratico, il 13 novembre, probabilmente dopo un dilaniante dibattimento, si affacciava dalle pagine del sito la proposta di un popolare, libero ed egalitario sondaggio: "Quale inno per il Partito democratico? Quale canzone sceglieresti come inno del Partito Democratico?" (Due volte per la nota rigidità del lettore di sinistra post-comunista). Seguiva lista motivata: 'E la pioggia che va' dei Rokes (scelta da Edmondo Berselli), 'E se domani' interpretata da Paolo Fresu (scelta da Walter Veltroni), 'Il mio nome è mai più' di Jovanotti, Ligabue e Piero Pelù (inno pacifista), 'Imagine' dei Beatles (si commenta da sola) [anche il fatto che i Beatles non l'abbiano mai incisa; n.d.r.], 'La Storia siamo noi' di Francesco De Gregori (scelta dallo staff di VeltroniPresidente), 'Mi fido di te' di Jovanotti (colonna sonora della proclamazione di Veltroni come segretario del PD), 'Pensa' di Fabrizio Moro (inno all'impegno civile), 'Si può fare' di Angelo Branduardi (slogan campagna elettorale Pd 2008). A scanso di equivoci specifichiamo che i testi tra parentesi rotonda sono dell'anonimo estensore dell'avvincente sondaggio. bobby soloAd oggi i votanti sul sito risultano essere sette (7): in testa a pari merito con due voti il brano portato al successo da Mina, nella versione strumentale del jazzista Paolo Fresu (forse per evitare l'imbarazzo della prima strofa: "E se domani, e sottolineo se"); le rodate 'Mi fido di te' e 'La Storia siamo noi', seguite a un'incollatura da 'Si può fare'. Non è dato sapere quale inno accompagnò la trionfale campagna del Giovane Uolter dopo la sciagurata caduta del Governo Prodi II (in seguito al ritiro dell'appoggio dei Popolari-UDEUR di Clemente Mastella - cui era mancata la solidarietà politica e personale rispetto alla vicenda che lo vedeva indagato insieme alla moglie); le elezioni del 13 e 14 aprile 2008 vedranno il trionfo della coalizione di centro-destra con conseguente quarto governo Berlusconi. A Veltroni, dopo un'ennesima batosta alle Regionali sarde del 2009, succede Dario Franceschini che rimanendo in carica solo otto mesi non riesce a occuparsi del fondamentale problema dell'inno. Ma l'undici dicembre scorso, alla vigilia del voto di sfiducia che avrebbe dovuto mandare a casa il satrapo Silvio, il più operoso Bersani lancia una manifestazione che prevede una lettura di articoli della Carta costituzionale e tanta musica: due bande musicali, una dalla Basilicata, una dal Piemonte e un pullman-discoteca modello Gay Pride. Poi la multietnica Med Free Orkestra, Roy Paci, Nina Zilli, Simone Cristicchi. Infine posto d'onore al rapper Neffa che ha composto "Cambierà", la colonna sonora scelta dal segretario per chiudere le assemblee democratiche: "Anna non essere triste, presto il sole sorgerà ...non sarà così sempre perché tutto cambierà, sai che cambierà, tutto cambierà, vedrai che cambierà, vedrai che cambierà ". Non ce ne voglia il grande Tenco, ma l'omaggio non porta fortuna: il 14 dicembre sappiamo tutti com'è andata. Ad oggi, sul sito del PD, non si è ancora aperto un dibattito sul fallimento dell'inno prescelto: per i prossimi mesi proponiamo modestamente e sommessamente il vecchio, ma pur sempre valido Bobby Solo con la sua 'Non c'è più niente da fare': "Non c'è più niente da fare, e' stato bello sognare, la vita ci ha regalato, dei lunghi giorni felici, qualcosa che il tempo non cambierà mai". Grazie PD.

lunedì 13 dicembre 2010

DISCHI ACQUISTATI PIU' O MENO LEGALMENTE E ASCOLTATI PIU' O MENO SBADATAMENTE TRA IL 4 E IL 14-12

Sun Ra The Heliocentric Worlds of Sun Ra Box Set
Antonio Sanchez Live in New York at Jazz Standard
Peter Gabriel Birdy
R.Kelly Love Letter
Bill Kirchen Word To The Wise
Eumir Deodato The Crossing
Michael Jackson Michael
Geri Allen Flying towards the sound
The Jazz Passengers Reunited
Anika Anika
Orchestre National De Jazz Daniel Yvinec Shut up and dance
Marty Ehrlich Fables
Solomon Burke Like a fire
Syd Barrett The madcap laughs
John Zorn Interzone
John Zorn What Thou Wilt
M.I.A. - Maya

Michele, musica da intenditori


Avevo circa dodici anni, primi anni '70 dunque, e un giorno sì e uno no, a volte da solo, a volte con qualche amico, mi recavo con l'autobus in via Pre. Senza alcun timore - allora la strada era un susseguirsi di pescherie, macellerie, salumerie, intervallate da banchetti che vendevano sigarette di contrabbando, accendini e forse anche altro - mi dirigevo verso un paio di banchetti che mostravano la loro merce proprio sopra il vecchio mercatino, adagiati su una balconata che in tempi remoti affacciava sul mare il Palazzo Reale. Oltre ad una serie di grandissimi orologi dorati, faceva bella mostra di sé, un lunghissimo allineamento di musicassette. A quell'epoca non avevo ancora un giradischi e comunque i prezzi dei vinili non erano alla portata della mia magra tasca, provvista solo di una paghetta settimanale e di qualche regalo extra, da dividere peraltro con le squadre del Subbuteo (carissime anche loro) e i fumetti. Così non restava che ripiegare sulle cassette, per di più false. Allora pensavo che fossero false perché registrate da quelle vere e poi messe in vendita a prezzo calmierato; a volte era così, altre invece, erano gruppi misteriosi (adesso si chiamerebbero pomposamente cover-band), di cui si trovava il nome in piccolo da qualche parte, che rieseguivano impeccabilmente le versioni originali. Tanto per fare un esempio, per un paio di anni ho adorato l'assolo di George Harrison di "All my loving", salvo scoprire che a rifarlo nota per nota era un oscuro strumentista di un gruppo olandese di cui avevo comprato addirittura due cassette (che purtroppo non ho conservato). Ho ripensato a questo episodio quando ho letto del nuovo disco di Michael Jackson, intitolato banalmente, ma forse ironicamente "Michael", la cui veridicità è stata messa in discussione dai suoi stessi familiari: infatti i parenti, furiosi, affermano che quello che canta su alcuni dei brani in realtà non sarebbe Michael appunto, ma un bravo imitatore. Ascoltando il disco si resta un po' perplessi, ma visti i miei precedenti non sono certo la persona più indicata per decidere se la voce sia autentica o contraffatta; di certo i dieci brani avrebbero meritato una tranquilla sepoltura, ma si parla di un affare da oltre 140 milioni di euro e questo spiegherebbe qualche forzatura. Però qualche anno fa, in via Pre, avrebbero avuto la decenza di scrivere in piccolo qualcosa del tipo "canta Michele il figlio di Giacomo".

DISCHI ACQUISTATI PIU' O MENO LEGALMENTE E ASCOLTATI PIU' O MENO SBADATAMENTE TRA IL 26-11 E IL 3-12

Black Dub - Black Dub. Elis Regina - Elis. Maria Raducanu - Ziori. Mingus big band - Live at Jazz standard. Ronald isley - Mr I. SF Jazz collective - Live. Soft Machine - 4. Soft Machine - Same. Soft Machine - Volume 2. Tammi Terrell - Come and see me. Vanessa de Mata - Sim. Wison Pickett - Box con i primi cinque album Atlantic. Youn Sun Nah - Same girl. Zucchero - Chocabeck.

lunedì 6 dicembre 2010


Si continua a parlare di tagli alla cultura; prima della prima della Scala, il 7 dicembre, è prevista una nuova manifestazione contro il ministro Bondi: nonostante Pompei stia cadendo letteralmente a pezzi, nonostante il film "Goodbye Mama", quello girato dall'amica bulgara di Silvio Berlusconi - Michelle Bonev - per il quale il fido ministro si è inventato un premio-patacca al festival di Venezia (fiancheggiato da Vincenzo Mollica che in un servizio al TG1 ha definito l’opera “interessante”) sia costato all’Italia tra produzione e presenza in laguna un milione e quattrocentomila euro, nonostante l’assunzione del figlio della sua attuale compagna al Centro Sperimentale di Cinematografia senza alcun titolo (toh, il C.S.C. è finanziato dal Fondo Unico per lo Spettacolo, proprio quello che il nostro continua a tagliare imperterrito), l’ex Sindaco comunista di Fivizzano resta imperturbabile al suo posto, soprattutto, grazie alla sua migliore qualità, la mancanza di vergogna (una caratteristica ricercatissima per far parte dell’attuale Governo). Si continua a parlare di tagli alla cultura, ma sono pochissime le voci che si alzano in difesa della musica: venerdì 3 dicembre ha provato a farlo Maurizio Pollini dalle pagine di “Repubblica”, in particolare sottolineando come la televisione “abbia abbandonato quasi completamente l’interesse per ogni manifestazione musicale”. Attendiamo con ansia la partenza del palinsesto di Rai 5 (che intanto trasmetterà in diretta proprio il debutto scaligero con “Die Walküre” di Richard Wagner) per qualche auspicabile cambiamento; intanto non possiamo che concordare con l’insigne maestro, che ha appena eseguito a Roma il primo libro del “Clavicembalo ben temperato di Bach”, quando auspica un rinnovamento complessivo della nozione di stato sociale, in cui rientri anche una ridefinizione totale del concetto di finanziamento pubblico alla cultura. Sarebbe ora che anche attività musicali come il jazz e il rock rientrassero in questi finanziamenti, magari non con sovvenzioni a pioggia nelle mani dei soliti noti, ma con una politica mirata alla divulgazione e alla conoscenza, una programmazione (anche di scambio) con realtà straniere che potrebbe contribuire a far conoscere i nostri musicisti all’estero, proponendo al contempo artisti che da noi, per svariati motivi, difficilmente riescono a programmare vere e proprie tournée, ma soltanto saltuarie apparizioni. Fantascienza direte voi? Lo pensa anche Pollini se, riferendosi allo stato sociale in generale, gli sembra che “la sinistra non sia sorretta da un pensiero sufficiente a una realizzazione tanto complessa”. E come dargli torto!

lunedì 29 novembre 2010

Yes I know, my way


Un vecchio adagio recita: mai conoscere di persona i proprio idoli, musicali, letterari o anche calcistici; impossibile, per loro, restare all’altezza delle aspettative del fan, bizzarra figura capace di condurre un’esistenza normale all’apparenza (in alcuni casi anche no), per poi dedicare tutte le sue più recondite energie a seguire le trasferte della propria squadra o il tour del cantante che, come nessun altro, gli ha saputo spiegare la vita. Ma, come dicevamo nell’incipit, c’è un ma: guai ad avvicinarsi troppo. Purtroppo nell’era della comunicazione totale, anche a restare lontani, si rischia comunque di rimanere parecchio delusi. La scorsa settimana Gino Paoli ha sparato a zero su Mina incapace di cantare in maniera differente, secondo lui, l’elenco telefonico o “Il cielo in una stanza”. Al di là del fatto che probabilmente ha ragione, la dichiarazione è arrivata per difendere l’indifendibile, la versione della sua canzone duettata con Carla Bruni (che sta a Mina come un divano macchiato sta a Katherine Hepburn); immaginiamo lo sconcerto e la rabbia dei fan della tigre di Cremona (non risultano reazioni dei sostenitori né di Paoli, né di Carla Bruni, di cui peraltro non si riesce a trovar traccia). Appena superato lo shock, ecco Pino Daniele, che per lanciare il suo nuovo album sceglie di fare il controcorrente a tutti i costi (purtroppo per lui in buona compagnia, basta leggere i titoli di “Libero, “il Giornale”, “il Tempo” o i commenti televisivi di grandi intellettuali come Emilio fede o Bruno Vespa) dichiarando che “Saviano non dev' essere così pericoloso, altrimenti sarebbe già stato tolto di mezzo, come Falcone e Borsellino”. Immaginiamo lo sbigottimento del fan che sfogliando distrattamente il quotidiano o aprendo la sua home page mattutina, si ritrovi davanti ad una simile stronzata. Come se non bastasse, ha lì davanti a lui “Boogie boogie man” ancora incellofanato e non ha il coraggio aprirlo per riascoltare le sue amate canzoni - “Nun me scuccià”, “A me me piace o blues” - riproposte in una nuova e sconfortante versione accanto ad alcuni intollerabili duetti con Mario Biondi, Franco Battiato e proprio Mina, con cui riesce a distruggere anche “Napule è”. Se per caso l’avete comprato (o scaricato) tenetevi alla larga da quelle tracce: potrebbero essere molto pericolose, tanto da indurre la fragile psiche del seguace deluso a gesti irreparabili, come la distruzione dei primi cinque ellepi del nostro, fino ad oggi religiosamente conservati. Stia tranquillo invece Pino: riuscirà a racimolare qualche soldino anche con questo orrore e, soprattutto, dormirà sonni tranquilli: di certo lui oramai non rappresenta un pericolo e, come per Saviano, nessuno si scomoderà per toglierlo di mezzo. Certo, c’è sempre l’incognita del fan deluso che potrebbe aspettarlo fuori di casa... Je so' pazzo je so' pazzo, Si se 'ntosta 'a nervatura, Metto a tutti 'nfaccia o muro…

lunedì 22 novembre 2010

Cover e ricover


È pur vero che un paese che non conosce la sua storia, non sa costruire il suo futuro, ma ora in Italia stiamo davvero esagerando. Parliamo di musica ovviamente, perché la Storia patria siamo imbattibili nel dimenticarla, disconoscerla o ignorarla (anche per colpe non nostre, se ancora oggi il numero dei misteri di stato irrisolti o irrisolvibili è incommensurabile). In campo musicale invece non sembra esserci fine alla pubblicazione di antologie, greatest hits, raccolte di successi, best of o succedanei in forma di dischi dal vivo (peraltro ampiamente rimaneggiati in studio), spesso aumentati di un inedito, in genere uno scarto di qualche sessione precedente. Come se non bastasse, l’ultimo grido per l’asfittica vena creativa dei nostri ‘artisti’, è la cover di un brano di successo, meglio se degli anni ‘60/70, buono anche per dare un titolo ad un film, anche se si ascolta solo nei titoli di coda (qualche esempio: “Arrivederci amore ciao”, “La Prima Cosa Bella”, “Notte Prima degli Esami”). Ci troviamo di fronte ad una vera e propria realizzazione della teoria vichiana, di una storia caratterizzata da un andamento progressivo, ma non nel senso che tutto quello che viene dopo è migliore di quello che viene prima, ma solo nel senso che la storia procede, ma senza sapere bene dove andare (e quindi nel nostro caso si rivolge al passato, deturpandolo). Così al ‘corso’ (che so, “Il cielo è sempre più blu” di Rino Gaetano), un’umanità incapace di crescere e di rinnovarsi (i nostri musicisti e discografici) fa seguire un ricorso, inteso come regresso (Giusy Ferreri che svuota di ogni significato la stessa canzone, riducendola a jingle, a sottofondo anestetico da canticchiare alla prima occasione). Gli esempi sono innumerevoli, anche se a volte la storia non passa invano: alla versione superficialmente spensierata di “Azzurro” del molleggiato Celentano, Paolo Conte risponderà anni dopo, restituendo alla propria canzone il suo significato più autentico. E se ascoltate “How deep is your love” di Cristina Donà, vi riconcilierete anche con i Bee Gees! (Invece per la Storia con la esse maiuscola, come insegna la recente sentenza sulla strage di Piazza della Loggia, il tempo passa proprio invano…)

domenica 14 novembre 2010

Beethoven ha solo scritto musica!

E’ di questa settimana l’annuncio che un test nella città di Christchurc in Nuova Zelanda, ha definitivamente comprovato che se “gli altoparlanti diffondono le sinfonie di Mozart, i reati spariscono”. Così recita il titolo apparso su un noto quotidiano nazionale: pazienza se la notizia ricorre sui giornali più o meno ogni sei mesi (alternativamente con le mucche che fanno più latte con Giuseppe Verdi e i neonati che crescono meglio con Charlie Mingus), in concomitanza di pagine pericolosamente vuote nell’imminenza dell’ora di stampa. Poiché lo spazio da riempire era piuttosto ampio, la giornalista ha pensato bene di allungare, chiedendo il parere dell’esperto, il compositore italiano Marco Tutino, che orgogliosamente ricorda quando da direttore del Teatro Comunale di Bologna (in piena epoca Cofferati, tanto per contestualizzare) aveva diffuso musica classica dagli altoparlanti all'esterno con il risultato di allontanare dai portici tutti i gruppetti di vagabondi e punkabbestia che stazionavano lì intorno. Sempre merito di Mozart, “un tale miracolo di perfezione, di simmetrie ed equilibrio” che, evidentemente, nessun barbone è in grado di tollerare per più di dieci minuti. Purtroppo il pezzo s’interrompeva qui, senza fornire ulteriori spiegazioni. Non essendo in discussione il valore della musica del sommo Amadeus, dobbiamo dedurre che alcune categorie di cittadini (o forse sarebbe meglio definirle razze di abitanti del nostro pianeta?) sono talmente abbruttiti nell’anima da riuscire ad ascoltare solo bootleg dei Sex Pistols o interi album dei Sodom, sfuggendo, come fanno i vampiri con l’aglio, tutta la musica restante. Da qui a schedare, finalmente, le persone, oltre che per reddito e modo di vestire, anche per gusti musicali, il passo è veramente breve. Restano alcune categorie ibride per le quali l’analisi richiederà una maggior accuratezza: mia figlia di due anni, ad esempio, non tollera Gerswhin, mentre adora Otis Redding, Stevie Wonder e soprattutto Ludwig Van Beethoven; quest’ultimo, proprio come Alexander DeLarge, il protagonista di “Arancia meccanica”: ricoverarla subito o aspettare i primi sintomi?

lunedì 8 novembre 2010

Viva la Rai


Che la Rai sia ormai in fase di smobilitazione, in attesa solo di un provvedimento in stile Alitalia che la smantelli definitivamente, è cosa ormai nota da tempo (tanto che, come nota Antonio Dipollina nella sua nuova rubrica su Repubblica.it “Raiuno non ha uno straccio di programma da mandare il sabato in prima serata. Dicasi il sabato in prima serata. Tanto che stanno andando le repliche di Don Matteo”). E non ci vuole nemmeno un novello Talleyrand per capire a chi faccia comodo favorire questa deriva. Dal punto di vista musicale, l’abdicazione ai doveri di servizio pubblico è sostanzialmente già avvenuta: restano solo alcune isolate oasi in ambito radiofonico, su Radio 2 (giusto qualche concerto rock e qualche trasmissione estiva o notturna che sfugge alle attenzioni del direttore) e soprattutto Radio 3; televisivamente parlando, il panorama pencola tra seienni che cantano “I will survive” in prima serata, X-factor e un ininterrotto sottofondo stile ‘piano-bar Billionaire’. Poi c’è il fiore all’occhiello dell’azienda di viale Mazzini, il festival di Sanremo. Se ne parla quasi ininterrottamente tutto l’anno, da quando finisce, con le controversie sugli ascolti e il basso livello della musica proposta, d’estate, con le prime rivelazioni sulla conduzione, d’autunno con le prime indiscrezioni sulle partecipazioni e gli ospiti. Tutto sgocciolato con competente sapienza, tanto da far credere che l’evento esista davvero e non sia una pura proiezione mediatica che alimenta se stessa. Ovviamente si aggiunge anche qualche polemica creata ad hoc o anche involontaria: difficile capire a quale categoria appartenga l’ultima in ordine di tempo, l’ipotesi di far cantare nel corso delle serate l'inno partigiano “Bella Ciao” e quello fascista “Giovinezza”. I due titoli sono trapelati a margine della conferenza di presentazione del regolamento, con il conduttore Gianni Morandi e il direttore artistico Gianmarco Mazzi, che si sono bypartisanamente divisi i compiti. Come se non bastasse è poi arrivato l’intervento del direttore della prima rete Rai, Mauro Mazza, che si è detto d'accordo sulla scelta delle canzoni citate, aggiungendo - lasciateci immaginare su quale input - che a lui “viene in mente anche Va' pensiero perchè Sanremo deve ripercorrere la storia intera, senza censure e senza cesure”. Fortunatamente sono bastate ventiquattro ore per far rientrare l’iniziativa (sottintendo peraltro l’idea revisionista che le due canzoni abbiano lo stesso significato): segnaliamo l’invito di 'Libertà e Giustizia', l’associazione presieduta da Sandra Bonsanti con Gustavo Zagrebelsky, a spegnere Sanremo per tutta la durata del festival: “L'anno scorso i Savoia, quest'anno il Duce, è una coincidenza?".
No, è la Rai, di tutto, di più.


giovedì 4 novembre 2010

ll primo iPod che ho visto, ce l'aveva Nick Hornby.


Ci trovavamo nella hall di un albergo di Genova, era l'ottobre 2002 e non ricordo se quell'aggeggio fosse di prima (5 gb) o di seconda generazione (10 o 20 gb). L'aveva estratto dalla sua giacca, visibilmente orgoglioso, spiegandomi come funzionava e, soprattutto, facendo scorrere le sue playlist. Centinaia di canzoni dei gruppi più disparati (non ne ricordo uno, non ho scritto nemmeno un appunto, ero troppo agitato). Allora l'oggetto mi sembrò strabiliante (e in un certo senso lo è ancora), ma la cosa che più mi affascinò era l'idea di poter entrare nella vita musicale di una persona, nella sua collezione di dischi, tutta racchiusa in quei pochi centimetri, con un solo gesto. Il vecchio "dimmi cosa ascolti e ti dirò chi sei?", era lì, a disposizione di chiunque avesse voluto applicarsi ad uno studio di fondamentale significato antropologico: scrutare tra la musica racchiusa nei moderni 'musical box' (un po' come guardare dal treno nelle finestre dalle case per immaginare le vite delle persone), e scoprire se le scelte dipendano da sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali. Ed età ovviamente. Probabilmente avremmo solo conferme a ciò che già sappiamo: le donne ascoltano in maniera meno sistematica e ossessiva degli uomini, i giovanissimi preferiscono i singoli titoli ai cd interi, il jazz lo troveremmo solo oltre una certa età (per pudore non diciamo quale). Ma sicuramente anche qualche sorpresa: quell'adolescente con lo zaino da dodici chili forse sta ascoltando "Blackbird"; e la ragazzina che incrociamo in ascensore, per sentirsi meno a disagio nel suo corpo, lascia scorrere a tutto volume "Stairway to heaven". In realtà i saggi e i libri sull'argomento iPod, da subito, hanno preferito concentrarsi su consigli e suggerimenti per l'uso: pagine e pagine di playlist (le trenta migliori canzoni dei Nirvana, l'elenco dei dieci brani che parlano di Dallas, le venti hit dell'estate del '67) che, chissà poi perché, il lettore dovrebbe replicare pedissequamente nel suo lettore mp3, con il solito presupposto che sia incapace di intendere e di volere da solo. Ulteriore testimonianza di come questi siano tempi di egotismo estremo, in cui nessuno sembra essere interessato alla scoperta o alla conoscenza dell'altro, ma solo alla sterile affermazione pavoneggiata del sé. Se poi la tecnologia e i media contemporanei favoriscano questa tendenza, questo è un altro discorso..

lunedì 25 ottobre 2010

Music book


Se fate parte di quella porzione ristretta della popolazione italiana alla quale piace leggere e se vi piace farlo ascoltando musica, già saprete che ci sono libri che vi permettono di scegliere da soli, sbizzarrendovi in abbinamenti a volte arditi, ma funzionali (che so, Italo Calvino e la serie “ambient” di Brian Eno, Georges Simenon e Nick Drake); altri invece, portano con sé, quasi ineluttabilmente, il genere o addirittura i titoli da suonare durante la lettura (per Jean Claude Izzo come fare a meno di “Sketches of Spain” di Miles Davis, per Jonathan Coe un qualunque live dei Clash, per Nick Hornby non è il caso nemmeno di parlarne). Altri ancora, richiedono invece il silenzio e se proprio volete far girare qualcosa sul vostro lettore cd, potete sempre ricorrere ad un loop dei 4 minuti e trentatrè di “Silence” di John Cage, magari insieme ai diciotto secondi di “18 Sekúndur Fyrir Solaruppras” dei Sigur Ros, altrettanto silenti. Proprio partendo da quest’ultimo brano, al quale ruba il titolo, si snoda “Diciotto secondi all’alba” di Giorgio Scianna (Einaudi), la storia di un giovane avvocato, Edoardo Gregotti, con un avvenire segnato, ma apparentemente invidiabile: lo studio associato di papà, una bella fidanzata, amici che tutti vorrebbero avere. Con questo libro ci troviamo a metà strada: in parte la playlist è segnata dalle preferenze del protagonista, Sigur Ros ovviamente e Coldplay; poi dopo l’incontro con una violoncellista russa che vive a Milano e si guadagna da vivere suonando qualunque cosa, per Edoardo non resterà che riempirsi la vita con la colonna sonora del suo iPod - “quattro, cinque ore al giorno, sempre la sera, dalla cena a quando spegnevo la luce” - di cui proviamo a immaginare i titoli: forse gli Who di “Who’s next”, forse i Black Mountain dei primi due album o gli XX. Ma scorrendo le pagine di un romanzo che sceglie di raccontare, magistralmente, la nostra incapacità di vivere, è il silenzio a prendere il sopravvento. Almeno fino ai titoli di coda, quando si chiude il libro e se ne ripercorrono le vicende, immaginando cosa avremmo fatto o detto noi in quella situazione: in questo caso ci sentiamo di consigliare il piano solo di “Metarphosis one” di Philiph Glass. Buona lettura e buon ascolto.

lunedì 11 ottobre 2010

Un buon ufficio stampa


“Niente sarà più come prima”.
Certo, in questa settimana sono stati assegnati un paio di premi Nobel, Silvio Berlusconi è andato a pesca con Vladimir Putin, la nazionale italiana di calcio ha pareggiato 0 a 0 con l’Irlanda del nord. Ma la frase non si riferisce a nessuno di questi avvenimenti, bensì a una delle confessioni più sconvolgenti degli ultimi anni per l’intero paese: “Il 20 novembre 1995 ho iniziato a scrivere un diario. Ho deciso che lo pubblicherò il 20 ottobre 2010." Con una sobria intervista a “Repubblica” e un servizio di copertina a “Vanity fair”, Tiziano Ferro ha finalmente ammesso, non sappiamo se anche a stesso, di essere omosessuale. Mara Maionchi, prima scopritrice del talento di Ferro, ha dichiarato di non essere stata al corrente dei gusti sessuali del suo protegé, ma soprattutto di essere certa che il gesto aiuterà tanti ragazzi. Dello stesso parere Paolo Patanè, presidente nazionale di Arcigay, che ha commentato il coming out come “una ventata di novità nell'ipocrisia che porta moltissimi omosessuali a nascondersi e a praticare la doppia vita”. Addirittura, anche Cesare Prandelli nella conferenza stampa alla vigilia del match di cui sopra, ad una domanda sul’argomento ha risposto: “aspettiamo un po', ci saranno delle notizie... qualche calciatore farà outing". Davvero niente sarà più come prima e non possiamo che rendere onore al cantante di Latina: certo, ci sarebbe piaciuto che il palesamento non fosse proprio concomitante alla pubblicazione del libro autobiografico dall’appassionante titolo “Trent’anni e una chiacchierata con papà”; e che dire dell’imminente uscita in edicola di una raccolta dei 4 cd in studio del cantante realizzati tra il 2001 e il 2008, con l'aggiunta del DVD “Alla mia età - Live in Rome”, corredati da un volume e da un cofanetto? Niente sarà più come prima ma in fondo, in fondo, sembra essere sempre la solita storia.

domenica 3 ottobre 2010

Rapper's delight


Il nuovo disco di Fabri Fibra, “Controcultura” è al quinto posto degli album più scaricati da iTunes, giusto una posizione dietro l’ennesima raccolta rimasterizzata di vecchie canzoni di Guccini. Un bizzarro passaggio di consegne tra il repertorio impegnato dei ‘cantautori’ - così si identificava negli anni ’70 la musica di De André, Dalla, Venditti (anche lui, che ci crediate o no) e De Gregori - e la musica ‘ribelle’ di oggi. Nel momento in cui la canzone italiana ha deciso di limitarsi a parlare di amore (materno, paterno, filiale, etero ed omo), abdicando ad una parte di realtà sempre più complessa e sfuggente, la protesta in musica è diventata appannaggio del rap e dal reggae. Ci ha scritto un bell’articolo Carlo Moretti su “Repubblica” la settimana scorsa, citando, oltre a Fabrizio Tarducci da Senigallia, anche i nomi di Skardy, già voce dei Pitura Freska, degli ‘anziani’ Sud Sound System, di Mama Marjas. Certo è che la musica non ha più - almeno in questo momento storico - la forza dirompente che ebbe negli anni ’60, quando Crosby, Stills, Nash & Young cantavano “We can change the world”; e nemmeno è più possibile credere alla “musica ribelle che ti vibra nelle ossa, che ti entra nella pelle”. Però fa bene Fabri Fibra a provarci, anche rinnegando i padri ("Io coi vostri testi ortodossi, mi ci pulisco il culo come Bossi, ma quale cantautore? Vaffanculo al rallentatore"), anche se forse prendersi un po’ meno sul serio (“io col Rap faccio il Popper”; immagino Karl, che nel caso si sta rivoltando nella tomba) gli farebbe certamente bene. Di sicuro, nella prossima tournée, non correrà il rischio che nel 1977 spinse De Gregori a ritirarsi dalle scene per un lungo periodo, dopo essere stato duramente contestato al Palalido di Milano da un gruppo extraparlamentare della sinistra, con l’accusa di di servirsi delle sue canzoni di temi politici per arricchirsi. Altri tempi. Oggi il rap lo usa addirittura Famiglia Cristiana che, per lanciare l'edizione tascabile del Libro dei Libri al prezzo di 7,90, euro, propone nelle radio e via internet “Paroladidio”, un rap composto ed eseguito da anonimi professionisti in ossequio agli altrettanto anonimi autori delle Sacre Scritture. L’incipit è dal Libro dell'Esodo "Io sono colui che sono, questo è il mio nome per sempre, e questo è il mio ricordo". Anche qui ci si prende molto sul serio, ma meglio non rimproverarglielo…

lunedì 27 settembre 2010

Autunno caldo e non solo per i lavoratori del Carlo Felice di Genova, che entro il 27settembre dovranno far pervenire una risposta formale in merito alla proposta di cassa integrazione, l'unica alternativa al fallimento. Dopo aver deciso (?) del loro futuro, la sera stessa potranno consolarsi con un evento degno, il recupero della data precedentemente annullata di "Attenti a Quei 2", impedibile esibizione di Luca Barbarossa e Neri Marcorè. Dal giorno dopo, formalmente liberi di scorazzare per l'Italia e di impiegare il loro tempo libero in un proficuo periodo di aggiornamento, potranno scegliere tra un bel carnet di proposte: lascerei perdere De Andrè, anche nella rilettura di Danilo Rea ("A Tribute to", martedì 28 all'Auditorium Parco della Musica di Roma), così come "Sei Zero", il progetto live in cui Renato Fiacchini ripercorre la carriera artistica del suo alter Zero (a Roma dal 29 settembre al 9 ottobre). In particolare mi sento di sconsigliare la prima data, alla quale, pare, dovrebbe partecipare Loredana Bertè, che in occasione del suo recente compleanno, ha dichiarato avere sempre le più belle gambe della musica (non sappiamo se italiana o internazionale). Meglio orientarsi semmai verso l'arpa di Joanna Newsom, fresca di un triplo album, "Have One On Me", di cui si è ampiamente discusso su questo sito (lunedì 27 al Teatro Dal Verme di Milano, martedì 28 all'Auditorium Parco della Musica di Roma). Per i nostalgici rockettari anni '70 abbiamo solo i canadesi Black Mountain (29 settembre alla Salumeria della Musica di Milano) con il loro nuovo disco "Wilderness Heart". Per questa settimana poc'altro. Meglio guardare avanti e appuntarsi la data del 21 ottobre, sempre a Milano al teatro Dal Verme, Steve Wynn con il nuovo album in uscita (insieme a lui il violinista degli Afterhours, Rodrigo D'Erasmo); e ancora più in là, cancellare ogni impegno per lunedì 8 novembre alle ore 21 al teatro Manzoni di Milano, per la "Masada Marathon - The Book Of Angels" con John Zorn e una pletora di ospiti (da Medeski, Martin & Wood a Marc Ribot, Jamie Saft, Dave Douglas, Erik Friedlander ...). Consigliatissimo anche ai vertici del Carlo Felice, tanto per farsi un'idea della musica che gira intorno...

lunedì 20 settembre 2010

Fattore sconosciuto


È ricominciata la grande musica in tv, che per nostra mamma RAI significa principalmente “X factor”. No, non vogliamo parlare di Elio, né scoprire perché sia finito al fianco di Anna Tatangelo, Enrico Ruggeri e Mara Maionchi. Problemi (e soldi) suoi. Sembra molto più interessante provare a capire perché il clamore mediatico che accompagna la trasmissione di punta di Rai 2 sia inversamente proporzionale agli ascolti. Dopo una prima puntata in cui si era trovato contro niente meno che la partita tra l’Italia e le Far Oer e una replica del Festival del circo di Montecarlo, solo per rimanere alle due consorelle di viale Mazzini, raggiungendo 3.284.000 spettatori con un rispettabile share del 17,02%, già dalla seconda, il programma è tornato agli asfittici ascolti della precedente edizione. Per intenderci mercoledì scorso Facchinetti & c. hanno totalizzato 2.479.000 astanti con l’11,09% di share: per intenderci meglio, “Un posto al sole”, la soap delle 20.30 in onda alle 20.30 su Rai 3, al suo quindicesimo anno di vita, ha totalizzato 2.385.000 (8,90%); e Ballarò, in onda in contemporanea, arriva a 3.474.000 contatti con il 13,72%. Eppure sui giornali la polemica sull’eliminazione di Sofia Buconi regna sovrana e non passa giorno che qualche pretestuosa diatriba cerchi di rinvigorire gli scarni esiti d’ascolto. Se esistesse poi una speciale classifica che dividesse il numero degli spettatori per il costo della trasmissione, non esistiamo a credere che l’esito per X Factor sarebbe catastrofico. Probabilmente ogni puntata dispone di un budget con il quale si potrebbe provare a proporre un concerto (di medio livello, tipo Eels o Antony tanto per fare due nomi) in prima serata. Ma così i soldi del servizio pubblico non finirebbero nelle tasche dei soliti noti. E poi vuoi mettere il brivido del televoto truccato…

lunedì 6 settembre 2010

Le notti bianche


La programmazione culturale e in particolar modo musicale del Comune di Genova sfiora addirittura il ridicolo. Come ogni anno, anche nel 2010 Palazzo Tursi ha ridotto i contributi a festival e associazioni che da decenni provano a fare qualcosa di sensato sul territorio. Con i soldi risparmiati, oltre a pagare laute e inspiegabili consulenze, anche per quest’anno ha organizzato una prestigiosa edizione della Notte Bianca confermandosi, insieme a Castel del Piano, l’unica città dell’Europa occidentale ad aver mantenuto in vita una simile manifestazione. Per la gioia dei commercianti, che per una notte potranno vendere fiumi di birra al di fuori della normale regolamentazione, i cittadini potranno assistere al Porto Antico, in occasione del 40° Anniversario della Comunità San Benedetto, ad una serata a dir poco variegata, condotta da Vladimir Luxuria, cui parteciperanno Roy Paci e Aretuska, Nicolò Fabi, Tonino Carotone, Teresa De Sio. Per chi soffre di nostalgia in Piazza De Ferrari si torna agli anni ’60, non quelli della protesta in piazza al governo Tambroni, ma nientemeno che al Beat del Piper e di Bandiera Gialla, con una serata introdotta 
dal simpatico Mario Luzzatto Fegiz
 con un concerto dello scongelato Gianni Pettenati, seguito da Patty Pravo
 e da Shel Shapiro. Infine, ciliegina finale, in piazza della Vittoria l’evento clou, il concerto di Lucio Dalla e Francesco De Gregori (che, sia detto per inciso e senza entrare nel merito artistico, sono alla centesima data di questo tour per nostalgici: solo in questo mese a Udine, Brescia, Bologna, Milano, Rieti e Padova). Con un simile programma (manca solo il tiro alla fune; ma non si è trovato proprio niente di meglio: che so, un gruppo rock degli ultimi vent’anni?) il successo non potrà che essere assicurato. A cose fatte si snoccioleranno le solite cifre esorbitanti, limitandosi al dato delle presenze (ovviamente presunte), sorvolando sull’ipotetica gratuità degli eventi (il pagamento per la comunità è solo differito) e sui cachet (appena un manager sente nominare la Notte tende a sfregarsi le mani ripetutamente). Ma a chi giova infine, questo obsoleto sistema di concepire l’intervento pubblico, con la musica degradata a una rafferma brioche da dare al popolo in risposta alla sua richiesta di semplice pane?

lunedì 30 agosto 2010

Un'estate fa


L’estate volge al termine, le località di villeggiatura sono percorse dagli ultimi vacanzieri, zombie che si aggirano, la testa già al lavoro, tra le bancarelle (con gli hippy che vendono collanine che dialogano con l’indiano e i suoi gioielli: “la crisi si sente, non si è venduto niente quest’anno”), mentre le città si ripopolano inesorabilmente. I tour estivi si trascinano stancamente in attesa della rentrée, tutti si preparano ad un autunno forse più caldo dell’estate. L’agosto musicale 2010 ha esploso i suoi ultimi botti con Antonello Venditti che ha finalmente ammesso in un’intervista al Corriere della Sera del 19 agosto di aver visto, all’età di cinque o sei anni, un disco volante: “Un disco grande, avrà avuto un diametro di dieci metri. Nella parte inferiore c'erano tre appendici a forma di ventosa, mentre in alto, dove era visibile una cupoletta che assomigliava a un grande bitorzolo, si notava un oblò...”. Qualche giorno dopo gli ha risposto da par suo Gianna Nannini, annunciando a 54 anni (o 56 dicono i bene informati) di aspettare un figlio (se c’è una relazione tra i due avvenimenti trovatela voi). Per riprendersi non resta che un tuffo nel passato ricordando estati ben più propizie di questa: il 23 agosto 1994 usciva “Grace”, l’unico album di Jeff Buckley (e l’ep precedente, il “Live at Sin-è”, era stato registrato nell’agosto ’93), probabilmente il più importante disco dell’ultimo decennio del secolo scorso. Diciannove anni prima e due giorni dopo, il 25 agosto 1975, sempre la Columbia pubblicava il terzo ellepi di Bruce Springsteen, “Born to run”, trentanove minuti e ventidue secondi che avrebbero consegnato il nostro alla Storia. Per superare la depressione del temporale estivo che sigillerà definitivamente la stagione, vi consigliamo le inevitabili de-luxe edition di entrambi i titoli. Per Buckley una versione estesa del disco originale con l'aggiunta di un cd (che comprende tra l’altro "Forget Her", originariamente esclusa da Buckley per motivi sconosciuti) e un dvd; per il Boss il video di un concerto all’Hammersmith Odeon e un documentario - "Wings For Wheels: The Making of Born to Run" con interviste e materiale d’archivio. Aspettando il 16 novembre per “The Promise: The Darkness on the Edge of Town Story Unveiled” , due cd con 21 canzoni inedite dalle sessioni del secondo disco, uscito l’11 settembre 1973. Ma quella è un’altra data…

lunedì 23 agosto 2010


"Dio è morto. E anch'io non mi sento tanto bene". Sembrava solo una straordinaria battuta di Woody Allen e invece da venerdì 20 agosto, almeno per l'Italia, quella frase è diventata una lungimirante profezia. Da quel giorno, infatti, con il Corriere della Sera o Sorrisi e Canzoni Tv è possibile acquistare con il solito sovrapprezzo "Tutti Nomadi": si tratta di 8 raccolte inedite in cd, 2 dvd live, il tutto corredato da10 esclusivi booklet firmati da Beppe Carletti e Mario Luzzatto Fegiz. Ignoriamo se le raccolte siano inedite solo nella forma - in pratica nella compilazione - o anche nel contenuto: il lancio pubblicitario in proposito è ovviamente ambiguo; ma tant'è, la cosa che più colpisce, è che lo storico quotidiano della borghesia italiana e la rivista ammiraglia della potenza editoriale Mondadori (di cui forse non è superfluo ricordare la clamorosa legge 'ad aziendam' di cui si parla in questi giorni), non siano minimamente turbati dalla convivenza, seppur in allegato, con una da delle icone più classiche della sinistra. A qualcuno il discorso sarà già venuto a noia: ancora con queste divisioni ("che cos'è la destra, che cos'è la sinistra" cantava uno che avendo sposato Ombretta Colli di contraddizioni se ne intendeva), in un'epoca di globalizzazione, di post-tutto, ancora un discorso così 'retro', legato a schemi ormai vetusti e inservibili? Avrete notato che non siamo stupiti dal fatto che i Nomadi abbiano deciso di proporre stancamente il loro repertorio beat-gucciniano in salsa centro sociale con due testate così distanti dal loro vissuto e dal loro raccontato: da qualche anno, dopo la scomparsa della sinistra o dopo l'era Veltroni (che ci sia un legame?), le icone tutte, si sono limitate a tirare a campare, cercando di mettere insieme, ove possibile, il pranzo con la cena. Quello che colpisce ancora una volta è il pragmatismo del capitale (c minuscola please) che non si perita di guadagnare stampando "Auschwitz" e "Dio è morto" con tanto di commento dell'unico membro originario rimasto e del critico italiano dell'establishment. Va tutto bene, per carità, ma almeno "Noi non ci saremo".

lunedì 16 agosto 2010

Racconto di Ferragosto.

Interno giorno. Piove. Il salotto di una casa in una località di mare. La televisione è accesa, a volume basso, su un canale che trasmette video musicali a rotazione. Sul divano un uomo di circa sessant’anni con un ragazzino di circa dodici. In mano ha un vecchio ellepi di Simon & Garfunkel, “Sounds Of Silence”.
(Uomo) - C’era un tempo in cui la musica si ascoltava con questi grandi dischi neri, vedi? Erano incisi su due lati e ogni facciata durava pià o meno àààventi minuti. Il nonno ne aveva tanti, una libreria piena e di ogni genere. Rock, jazz, anche musica classica. Poi quando è morta la nonna e abbiamo venduto la casa, li ho regalati tutti a un amico. Al tuo papà la musica non è mai interessata più di tanto e mi ha detto che in casa non aveva posto e non aveva nemmeno più il giradischi.
(Bambino) - Che cos’è un giradischi?
(U) - Era l’apparecchio con il quale si ascoltavano i dischi.
(R) - Aveva le playlist?
(U) - No, ogni volta che mettevi un disco lo sentivi per intero. Oppure sentivi una canzone, poi lo mettevi a posto e ne prendevi un altro
(R) - Così ci mettevi un sacco di tempo però.
(U) - No, una canzone durava esattamente quanto adesso. O forse noi avevamo più tempo, non so.
(R) - Ma come facevi ad ascoltarli nell’iPod o nel telefonino?
(U) - L’iPod non c’era e nemmeno i telefonini; e se avessi detto a qualcuno di ascoltare la musica per telefono ti avrebbe preso per pazzo. La musica si ascoltava a casa, con l’impianto hi-fi, magari insieme agli amici.
(R) - E come facevi a prestare la musica ai tuoi amici? Quel robo lì non ci sta mica in una chiavetta usb. E nemmeno puoi spedirlo col bluetooth.
(U) - Si prestava il disco; a dire il vero io non li prestavo per paura che non me li restituissero o me li rovinassero.
(R) - Rovinassero?
(U) - Sì, il disco era piuttosto delicato e se si graffiava poi si incantava o saltava addirittura. Però potevi registrarglielo su una cassetta?
(R) - Una cassetta?
(U) - Già, non hai visto mai nemmeno una cassetta vero? Era una piccola scatola di plastica, con del nastro magnetico…
(R) - Scusa, nonno, mi passi il telecomando?
Scende dal divano e alza il volume della tv. Scorre il video di “Alejandro” di Lady Gaga.

lunedì 9 agosto 2010


Dopo che Rosanna Fratello ha finalmente ammesso “Sì, andai a cena con Aldo Moro, amava la musica, apprezzava le mie canzoni e se mi manifestò la sua ammirazione lo fece con la massima discrezione”, possiamo tornare alle comuni occupazioni proprie di noi comuni mortali. Ad agosto si sa, il mondo della musica tira il fiato, almeno dal punto di vista discografico; impazzano i concerti e nelle varie analisi non si capisce se quest’anno siano andati peggio o meglio (“colpa dei Mondiali” dice uno, “c’è la crisi” risponde l’altro). “Repubblica” ha dato ampio spazio all’argomento sfruttando l’occasione della data torinese degli U2, coperta in maniera sospetta (c’erano ancora biglietti …) con tre articoli in successione e addirittura triplo paginone a firma di Roberto Saviano. D’altra parte l’incontro tra chi sta tentando di aumentare la percentuale dei fondi erogati per gli aiuti umanitari al Terzo Mondo e la “Voce che si oppone al Potere” (cito Dal Lago, ma consiglio vivamente di leggerlo: “Eroi di carta” pubblicato da “il Manifesto”) non poteva meritare di meno. La conversazione sfiora vette altissime: "Ho proprio la sensazione che l'Italia sia come un luogo sacro, adoro i particolari italiani: la famiglia, l'aroma del caffé, il collo di una donna, ad esempio” dice il Bardo di Dublino. “Cerco di spiegare perché tutto è così ideologico, perché in Italia spesso sembra esserci una battaglia tra contrade, dove bisogna pensarla in serie, e quasi mai c'è un confronto sui fatti. La cappa delle ideologie anestetizza ogni dialogo come se compromettesse il futuro” risponde la nostra icona. Poi passa Edge che lo ringrazia per essere venuto e la conversazione volge al termine. I due si abbracciano e Saviano torna in auto dove la scorta canticchia "One", la sua preferita. Tutto molto commovente. Noi ci limitiamo a segnalare l’altra data italiana del 360° tour, l’8 ottobre prossimo a Roma: i prezzi sono gli stessi di Torino (“Gli U2 hanno un piccolo problema. Devono dimostrare ogni volta di essere quello che la storia rock degli ultimi decenni gli ha assegnato come ruolo, ovvero la più grande rock band del mondo” scrive Castaldo) e cioè dai 34,50 euro del Secondo Settore Distinti Sud Ovest Numerato ai 287,50 del Prato Red Zone. Avete letto bene: anche lui in fondo, è un uomo e non un santo. “With or without youuuuuuu”….

lunedì 2 agosto 2010

Per non dimenticare



Lunedì 2 agosto 2010; Radio 24 invia un giornalista alla stazione di Bologna per domandare ai giovani di passaggio che cosa sia accaduto in quello stesso giorno, in quello stesso luogo, esattamente trent’anni fa; le risposte sono le più disparate. Una colpisce in particolare: “esce il primo album dei Saxon”. Non so se il ragazzo stia facendo lo spiritoso, ma la sua frase è davvero inquietante. Certo, lui magari all’epoca non era ancora nato e quindi non è solamente un problema di mancanza di memoria storica delle nuove generazioni. A scuola non gliel’hanno insegnato (anche ai nostri tempi si arrivava a stento alla prima guerra mondiale d’altra parte e non credo che le varie riforme succedutesi abbiano migliorato la situazione; peraltro la materia non è mai stata nel programma di studio). Non sorprende tanto l’ignoranza, quanto la mancanza di curiosità, se non proprio il completo disinteresse verso la conoscenza del passato, condiviso o meno. Eppure gli strumenti ci sono e sono tutti a portata di mano: anche se la consultazione di ponderosi e polverosi tomi è stata ormai abbandonata, una qualunque ricerca su Google risolverebbe in pochi minuti ogni tipo di lacuna. Certo, poi va tutto verificato perché il web non è la Bibbia, però insomma, un minimo d’iniziativa sarebbe già un segnale e invece niente: “il 2 agosto 1980 esce il primo album dei Saxon”! Allora riproviamo a mettere ordine: il primo e omonimo album dei Saxon esce il 21 maggio 1979; il 5 maggio 1980 esce il secondo “Wheels of Steel”; quanto al due agosto 1980 se nessuno dei 22 ministri, 9 sottosegretari di Stato alla Presidenza del Consiglio, 4 vice ministri, 25 sottosegretari, riesce ad essere presente alla commemorazione di un strage fascista e di stato come quella della stazione di Bologna, ma perché un ragazzo di vent’anni che ascolta obsoleto heavy metal dovrebbe sapere che cos’è accaduto?

domenica 18 luglio 2010

Scusate il ritardo


Sono poche le cose che ci mettono di fronte a tutti o quasi gli errori commessi nel corso della nostra esistenza: una di queste è il trasloco. Poiché qui si parla principalmente di musica, limiteremo a questo campo la nostra analisi. Mentre si cominciano a sigillare i primi cartoni di lp e cd, si prendono in mano, con estrema delicatezza, i dischi che hanno segnato la nostra giovinezza: che so, “A love supreme” di John Coltrane, “Déjà vu” di Crosby, Stills, Nash & Young, “Venus and Mars” degli Wings. Proprio guardando la copertina di quest’ultimo - una palla da biliardo gialla e una rossa - ci si comincia a porre delle domande: in quale modo questo disco ha segnato la nostra giovinezza e come mai si trova ancora qui? Ma non c’è tempo di rispondere, bisogna continuare a inscatolare. Allora si passa velocemente ai dischi inutili (impossibile fare una lista), ai dischi ancora sigillati (c’è l’ultimo Micah P. Hinson, ma anche “The end” di Nico), a quelli ascoltati una volta e mai più (Attila Zoller per esempio, un chitarrista ungherese scomparso nel 1998 e da allora ovviamente rivalutato; mi annoto mentalmente di risentirlo). La prima riflessione è che se avessimo comprato metà dei titoli che infestano il nostro nuovo appartamento e se di questi ne avessimo ascoltato attentamente almeno la metà, saremmo sicuramente uomini migliori. A corollario di questa profonda speculazione sorge spontanea una domanda: perché? (Gli americani avrebbero scritto Why? e fa tutto un altro effetto.) Al momento di impacchettare con il bollicinato l’adorato preamplificatore a valvole, qualche risposta uno prova anche a darsela: amore per la musica, ansia di possesso, volontà di potenza (nel più puro prospettivismo nietzscheano). Ma nessuna sembra cogliere in pieno il viluppo di sentimenti e pulsioni che spingono all’incontrollabile desiderio di acquistare il ‘nuovo’ live di Otis Redding per il gusto di avere i tre set completi di quel concerto al Whisky A Go-Go del 1967. Non resta che arrivare nella casa nuova, rimontare in fretta l’impianto, scartocciare tutto e mettere sul giradischi l’infinito “The freewheelin’ Bob Dylan”: “The answer my friend, is blowin in the wind”.

lunedì 21 giugno 2010

Musica in una notte d'estate


Nei buchi del palinsesto estivo (tra un Francia-Messico che fa il 35% di share e "Un Posto al sole" che resiste con il suo dignitoso 8%), ecco riapparire la musica: non illudetevi, non si parla di rock o jazz, banditi da tempo dai canali generalisti, bensì della lirica spiegata al popolo (su Rai 1 in prima serata con l'imbarazzante "Tosca" di Lucio Dalla e giorni dopo con l'Antonellona Clerici in prima serata che sdottora su "Madama Butterfly", "Il trovatore", "Turandot" e "Aida", tutta roba da far chiedere a Verdi e Puccini la cittadinanza tedesca) o con i tre appuntamenti dei favolosi Wind Music Awards condotti da Paola Perego. Confessiamo di aver perso i primi due capitoli della saga; il terzo lo abbiamo scoperto per caso, al termine di Uruguay – Sudafrica (32,40%) quando, durante un round del secondo sport nazionale maschile, lo scanalamento selvaggio, siamo rimasti abbacinati dall'immagine di un simil-Michael Jackson (che ricordava invero un triste Pulcinella, in cerca di qualche spicciolo) sbalzato nel bel mezzo dell'Arena di Verona. Non ci eravamo ancora ripresi dallo choc ed ecco apparire una coppia che danza, senza alcun tentativo di apparire in sintonia con la musica, con passi che vanno dal tango al rock 'n' roll. Sullo sfondo, all'improvviso, si erge lui, il BerryUait de noartri (ma lui si sente più vicino ad Isaac Hayes), Mario Biondi, uno che ha fatto da corista per gente come Fred Bongusto, Peppino Di Capri, Califano, Fiorello. Aguzziamo le orecchie per cercar di capire cosa stia biascicando con la sua voce che tanto piace alla gente che piace. Ci viene in aiuto un sottotitolo che conferma il sospetto: si tratta di "Rock with you", un singolo di Jackson (ecco spiegata la controfigura) tratto da "Off the wall". Il divino trascina la sua voce stancamente, ma con aria ispirata e distaccata. Con uno sforzo sovraumano riusciamo a schiacciare il telecomando. Post scriptum: questo articolo è stato scritto prima che andasse in onda "Una voce per Padre Pio", domenica 20 giugno su Rai 1, trasmissione presentata da Massimo Giletti e Alessandra Barzaghi con la partecipazione straordinaria di Emanuele Filiberto. Tra i cantanti partecipanti Valerio Scanu, Marco Carta, Albano, Ivana Spagna e Michael Sembello (quello di "Maniac", dal film "Flashdance"), che dopo una visita a San Giovanni Rotondo ha scritto per Padre Pio l'inedita "Solitary Man" e per la prima volta la eseguirà in tv. Nemmeno un miracolo salverà la musica in TV.

lunedì 14 giugno 2010


Sono iniziati i Mondiali, inutile cercare di ignorarlo: ogni quattro anni arrivano su maxi-schermi all’aperto (‘lights’ in Duomo a Milano su indicazione del sindaco Moratti, cioè a volume basso e senza esultare troppo; no comment) e su maxi-schermi ormai anche nel salotto di casa; come non bastasse, nella speranza di cavare qualche soldo ulteriore, si portano appresso una canzone, pomposamente definito inno, buono da cantare per un mese o per un’estate. Indimenticabili i precedenti: per Argentina ’78 si era scomodato Ennio Morricone, un pool di esperti aveva partorito il titolo, “El mundial”: nessun ricordo tra i viventi. Per Spagna ’82, dopo un convegno indetto ad hoc, ancora “El mundial”, questa volta interpretata da Placido Domingo, doppiata in lingua italiana dal reuccio Claudio Villa. Anche qui nessuna reminiscenza palpabile. Per Messico ’86, ormai sfiniti dalla lingua spagnola, si passa all’inglese di Stephanie Lawrence con “A Special kind of hero”: inutile dilungarsi in commenti. A Italia ’90 il bizzarro trio Moroder - Bennato - Nannini ci consegna la spossante “Un’estate italiana”; anche qui english version, “To be number one”, cantata nientemeno che dai Giorgio Moroder Project. Due arrangiamenti anche per ‘Gloryland’, l’inno ufficiale di USA ‘94: una strumentale eseguita dalla project-band Glory, l’altra da Daryl Hall. Per Francia ’98 si ricorre a Jean-Michel Jarre e Tetsuya Komuro con la vocalist Olivia; ma ‘Together now’ nell’immaginario collettivo è surclassata dal tormentone anglo-latino di Ricky Martin, “The cup of life”/“La copa de la vida”. Ancora per pochi intimi “Anthem”, l’inno ufficiale dei mondiali in Corea del Sud e Giappone del 2002, nonostante la firma di Vangelis. Doppio titolo per Germania 2006: “The Time of Our Lives” cantato da Toni Braxton e dal quartetto vocale Il Divo, gruppo che porta nel nome il germe della sua dissoluzione; e “Celebrate the Day” del celeberrimo musicista tedesco Herbert Grönemeyer, con il contributo vocale di Amadou e Mariam. Anche qui brani non pervenuti. Ed eccoci al Sudafrica con Shakira e “Waka Waka” (tanto per evocare “Pata Pata”); su quest’ultima si è preventivamente pronunciato Antonello Venditti che sul magazine del “Corriere della Sera” del 10 giugno, chiamato in causa per la sua esperienza sul campo (subito rinnegata nel corso dell‘articolo: “io di inni non ne ho mai scritti con intenzione”, né “Roma Roma”, né “Grazie Roma”) segnala il suo disagio di fronte alla scelta di una cantante colombiana. Lui avrebbe usato la voce di Miriam Makeba (da morta), magari chiedendo a Jonny Clag (sic) di comporre un brano. Immaginiamo parlasse di Johnny Clegg, ma non si può pretendere tanto da uno che guarderà i mondiali nel giardinetto della sua casa a Trastevere, come fa di consueto “dagli anni di piombo, quando il calcio era la droga del popolo” e che canterà “Fratelli d’Italia non con la voce, ma dentro il cuore, perché è così che si cantano gli inni”. Concetti profondi, che non ci stupiremmo di trovare nel prossimo successo dell’Antonello nostro. Da cantare dentro il cuore, ovviamente.

mercoledì 9 giugno 2010


“Il destino prenderà la forma di una lettera con l’intestazione del Curtis institute, arrivata nella casella postale dei Waymon un mattino del 1950 (…) Non c’era bisogno di chiedere cosa contenesse. Lo capirono quando Eunice cercò i loro sguardi, alzando gli occhi dal pezzo di carta e riportò le braccia lungo i fianchi. Gli occhi persi, mormorò che era impossibile, poi lentamente, porgendo il pezzo di carta a chi la voleva, disse «Mi hanno scartata»”. Eunice ha 17 anni, su di lei erano riposte le speranze della sua famiglia, della comunità di colore del paese dove viveva, della maestra di pianoforte e della donna - bianca - che aveva creato un fondo economico di sostegno per la realizzazione di un sogno: trasformare una ragazzina timida e introversa, ma straordinariamente dotata per la musica, nella prima concertista classica americana di colore. Il fallimento ha un sapore amaro, tanto più quando le aspettative non riguardano solo la tua persona, ma addirittura un popolo e soprattutto se sei così giovane e indifesa. “Lei non conosce la sua bellezza, pensa che la sua pelle scura, non sia degna di gloria. Se avesse potuto danzare nuda, sotto una palma e vedere una sua immagine, riflessa nel fiume, saprebbe che non è così. Ma non ci sono palme per strada, e l’acqua sporca dei piatti da lavare, non riflette immagini”. A volte però i miracoli avvengono: dove finisce la vicenda di Eunice Waymon, inizia la storia di Nina Simone (pseudonimo scelto in onore di Simone Signoret), superbamente raccontata da David Brun-Lambert in un libro - Nina Simone. Una vita - pubblicato nel 2008 da Kowalski e ora riedito da Feltrinelli. Da leggere tutto d’un fiato, con l’inestimabile colonna sonora dei suoi dischi: noi vi consigliamo “Nina Simone and piano”, inciso a New York tra il settembre e l’ottobre 1968, quello per il quale, come dichiarò in un’intervista del 1999, avrebbe voluto essere ricordata.

Un Amore Supremo

In occasione dell'uscita in edicola di A Love Supreme, primo titolo della collezione I Capolavori del Jazz in Vinile, sono andato a ria...